“I giovani registi cechi e slovacchi, quasi tutti usciti dalla dura scuola della Famu di Praga, erano impazienti di sovvertire quella condizione di immobilismo e di stagnazione che caratterizzava tutta la vita culturale nazionale, legata a temi patriottico-resistenziali e a uno stile tradizionale derivato dal realismo
socialista. Pur con tutte le differenze che ogni regista manifestava nei confronti degli altri compagni di strada, la volontà di tutti era quella di dare voce a personaggi comuni, antieroici, e di affermare un’altra verità rispetto a quella ufficialmente propagandata. Ma quel che spesso si ignora è il fatto che a questo rinnovamento parteciparono attivamente le stesse istituzioni, rappresentate dalla Direzione generale della cinematografia, che dal 1962
abolisce l’organismo centrale di controllo sui film, assicurando un’inaspettata autonomia produttiva, sottratta alle consuete lungaggini burocratiche e agli schematismi ideologici prima dominanti” così scrive Michele Dell’Ambrogio sulla rassegna che i vari cineclub del Cantone propongono in queste settimane.

Tra i vari registi cecoslovacchi che presero piede in quegli anni  Miloš Forman e Jiří Menzel, sono i più importanti e conosciuti e iniziarono a girare prima che la Nová Vlna fosse definitivamente soffocata dai carri armati sovietici nel 1968.

“Due registi dalle caratteristiche diverse e, soprattutto, da un
diverso destino. Se Forman, dopo la fine della Primavera di Praga emigrerà negli Stati Uniti, diventando il grande regista che tutti conoscono (Taking off, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Hair, Amadeus…), Menzel decide di restare in patria, rinunciando in parte alla sua libertà creativa, che recupererà
totalmente solo dopo la caduta del muro di Berlino”.

Accanto a questa importante rassegna anche un’altra dedicata all’Italia. E in particolare al cinema della Penisola degli ultimi anni. Si tratta di opere prime o seconde di giovani registi: alcuni
si immergono con intenti realistici nelle periferie disastrate o nei campi rom delle città italiane (Roberto De Paolis con Cuori puri,
Jonas Carpignano con A Ciambra); altri propongono sguardi inediti e originali sui fenomeni mafiosi (Fabio Grassadonia e Antonio Piazza con Sicilian Ghost Story, Leonardo Di Costanzo con L’intrusa). C’è chi indaga sul rapporto madre-figlia (Laura Bispuri con Figlia mia), chi rivanga il periodo degli anni di piombo concentrandosi sul dolore dei famigliari dei brigatisti (Annarita Zambrano con Dopo la guerra), chi esce dal proprio paese per raccontare gli ultimi travagliati anni di vita di Nico, la celebre cantante dei Velvet Underground (Susanna Nichiarelli con Nico, 1988) e chi ritrae il malessere interiore di una donna con gli stilemi del thriller psicologico (Giuseppe Petitto, purtroppo prematuramente scomparso dopo la lavorazione del
film, con Occhi chiusi/Parlami di Lucy).

Altre informazioni sui sito web dei vari cineclub del Cantone.

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