Cinquant’anni fa il cinema italiano viveva una delle sue stagioni più contraddittorie e vitali. Mentre il film d’autore si muoveva tra impegno politico e introspezione borghese, nelle sale popolari esplodeva un cinema più diretto, fisico e urbano: il poliziottesco. Nato alla fine degli anni Sessanta e destinato a esaurirsi all’inizio degli Ottanta, il poliziottesco attraversa gli anni di piombo come specchio del reale e sua deformazione tragica. È un cinema che assorbe la paura collettiva, la sfiducia nelle istituzioni, l’escalation della violenza politica e mafiosa e la restituisce sotto forma di racconto teso, spesso disperato e crudele.
In questo panorama, Fernando Di Leo occupa un posto anomalo. Non è soltanto uno dei migliori artigiani del genere, ma uno dei pochi a trasformarlo in discorso morale coerente. Se altri registi accentuano la dimensione spettacolare o la retorica del giustiziere, Di Leo elimina quasi del tutto l’eroe positivo. Nei suoi film l’ordine non viene ristabilito, il sistema non viene scalfito, la violenza non purifica. È un mondo chiuso, dove il potere si autoriproduce e l’individuo è destinato alla sconfitta.
Dallo spaghetti-western al noir urbano
Prima di diventare regista, Di Leo è uno sceneggiatore di primo piano. Lavora nel solco dello spaghetti-western, contribuendo a quella mitologia del duello e dell’onore tradito che ritroveremo poi nei suoi film criminali. L’idea dell’uomo solo contro un sistema più grande di lui, l’attenzione per il rituale dello scontro finale, l’uso del silenzio prima dell’esplosione della violenza: tutto questo nasce nel western e migra nel noir urbano.
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