Fatherland conferma ancora una volta quanto il cinema di Paweł Pawlikowski sia immediatamente riconoscibile. Il suo bianco e nero, le sue storie essenziali, il suo rigore assoluto e la sua arte. Con questo film prende in mano Thomas Mann e lo riconsegna alla sua patria natia e a Johann Wolfgang von Goethe, dentro una Germania distrutta e moralmente sospesa nel dopoguerra.

Il film si concentra sul rapporto tra Thomas Mann e la figlia Erika, interpretata da una straordinaria (ovviamente) Sandra Hüller. Attrice, scrittrice, pilota di rally: una presenza che nel film diventa quasi il controcampo emotivo del padre. Nell’estate del 1949, nel pieno della Guerra Fredda, padre e figlia intraprendono un viaggio impegnativo attraversando una Germania in rovina, da Francoforte, dominata dagli americani, a Weimar, controllata dai sovietici. Tornato a casa dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti, Mann si trova ad affrontare non solo una patria divisa, ma anche una profonda frattura all’interno della sua stessa famiglia.

Con Fatherland, Pawlikowski riprende da dove aveva lasciato con Ida e Cold War, esplorando – nel suo stile ellittico e conciso visto che li concentra in 80 minuti scarsi – i temi dell’identità, della famiglia, dell’amore e della colpa nel tumulto e nella confusione dell’Europa del dopoguerra.

La forma è di un rigore estremo nella costruzione delle scene e nel posizionamento della macchina da presa. Ogni quadro sembra pensato come una fotografia e ogni scena è costruita per gradi, prima il particolare e poi il generale. I giochi di luce servono a far risaltare i volti, ma anche il peso morale dei personaggi e della Storia che li schiaccia. Persino gli spazi vuoti e i silenzi hanno un ruolo centrale.

È anche un film molto politico, dove Mann sceglie Mickey Mouse e non Stalin. Sceglie di scappare in California e di non andare in Urss. È tutta una questione di scelte: tra Usa e Urss, tra vita privata e pubblica, tra arte e famiglia. Tra figlia amata e figlio detestato. E lui prende sempre una posizione precisa, come il film. Pawlikowski non cerca mai ambiguità comode.

L’importanza della musica è costante e presente in modi diversi. Ma anche quella della voce: sono segni vitali di qualcuno che osa parlare, dire quello che pensa. A un certo punto Erika urla. È una scena madre devastante proprio perché il film è quasi sempre trattenuto, tranquillo, controllato, salvo nei momenti cantati o suonati. Quell’esplosione rompe improvvisamente tutta la disciplina emotiva costruita fino a quel momento.

Anche il suicidio del figlio Klaus viene visto in modo diverso, senza melodramma. La madre chiama per dare la notizia alla sorella e dice che non ha lasciato nemmeno una lettera. Lei ribatte che “le ha lasciate tutta la vita”. Insomma un grido d’allarme non ascoltato e una sofferenza che la famiglia non ha saputo vedere davvero.

È un gran bel film, che si concentra su un momento particolare della storia e della vita di Mann. Qualche giorno nel dopoguerra. Pochi luoghi, alcuni dialoghi, pochissimi movimenti. Eppure dentro c’è tutta l’Europa ferita del Novecento, osservata con uno sguardo severo e lucidissimo. Lui ha scelto da che parte stare.

La prima opera davvero in lizza per la palma d’oro.