Father di Tereza Nvotová, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia, è un’opera interessante che trasforma una tragedia insopportabile – la morte di una figlia lasciata in auto sotto il sole – in una profonda meditazione sul senso di colpa, la fragilità umana e la resilienza dell’amore. Ispirato a una storia vera, il film rifiuta deliberatamente ogni facile sensazionalismo per immergere lo spettatore nel turbine emotivo del protagonista, costringendolo a porsi la stessa domanda lancinante è possibile perdonare l’imperdonabile.
La scelta registica più audace e riuscita è il linguaggio visivo costruito attorno a lunghissimi piani sequenza. Nvotová descrive questo approccio come fosse quasi un videogioco, ma l’obiettivo non è l’azione bensì l’introspezione. La telecamera di Adam Suzin è incollata a Michal, interpretato da Milan Ondrík, lo segue, respira con lui, senza mai concedere allo spettatore un attimo di tregua o la distanza rassicurante di un montaggio tradizionale. Questa claustrofobia visiva è lo strumento perfetto per rappresentare la prigione interiore del protagonista, costringendoci a vivere il suo dramma senza interruzione o distanza. Come spiega la regista, è una scelta che non dà scelta.
Questo stile richiede performance di un’autenticità bruciante. Milan Ondrík offre qui il ruolo più difficile della sua carriera, perché per renderlo credibile non ha potuto fingere o recitare, doveva essere il personaggio. La sua interpretazione è un miracolo di controllo e vulnerabilità, un lento disfacimento interiore ripreso in tempo reale. Accanto a lui, Dominika Morávková dà vita a una moglie lacerata tra il dolore e il bisogno di trovare, forse, una via verso il perdono. La regia attenta di Nvotová cattura la fisicità del loro rapporto il sesso liberatorio, il sudore, le docce in contrasto con la morte silenziosa che li ha divisi, mostrando la coppia in crisi con una crudele e necessaria onestà.
La ricerca dell’autenticità ha guidato anche il processo produttivo. Scelta insolita e geniale, Nvotová ha portato sul set sia il montatore Nikodem Chabior che il compositore Pjoni. Questo ha permesso una collaborazione organica dove ogni elemento influenzava l’altro in tempo reale. Il montatore aiutava a regolare il ritmo delle scene durante le riprese, mentre la musica non fu imposta in post produzione, ma nacque durante le riprese, diventando un elemento simbiotico e integrato nell’immagine.
Il film affronta con intelligenza anche il dibattito giudiziario e sociale che segue la tragedia, dividendo l’opinione pubblica tra giustizialisti e garantisti. Ma, in ultima analisi, Father rivela la sua natura più profonda: non è una storia sulla colpa, ma una storia d’amore. È un film su come l’amore tenti di sopravvivere anche quando tutto sembra perduto.
Father è un film difficile e faticoso perché chiede allo spettatore uno sforzo. Tereza Nvotová conferma di essere una delle voci più interessanti del nuovo cinema europeo, capace di unire un controllo formale ferreo a una profondità emotiva. Non offre risposte facili, ma costringe a una vicinanza scomoda e commovente con il dolore, lasciando allo spettatore una domanda che risuona a lungo dopo i titoli di coda l’amore può sopravvivere a ciò per cui nessun cuore è stato costruito.



