Sembra quasi che Jim Jarmusch, dopo il film strampalato e divertente dedicato agli zombi del 2019 (I morti non muoiono), abbia voluto prendere una pausa di riflessione. Father Mother Sister Brother (vincitore del Leone d’oro a Venezia 82) assomiglia a un film di Eric Rohmer. Di quelli in cui non succede nulla o quasi e dove l’importanza sono i dialoghi ma soprattutto i non detti.

Ecco, l’ultimo film del regista americano è una pausa di riflessione. Se infatti, tra qualche anno, ci metteremo davanti allo schermo e guarderemo tutti i suoi film, quando si arriverà a questo lo vivremo bene, con calma e ci prenderemo il tempo necessario, magari gustandoci un liquore da meditazione. Ed esce in un periodo dell’anno perfetto. Durante le settimane più frenetiche, dove la corsa all’ultimo regalo, alle leccornie del cenone di Natale ci fanno impazzire tutti. Ecco, andare a vedere al cinema questo film, significa prendersi una pausa da tutto ciò.

Una struttura a trittico

Il film si divide in tre episodi che non hanno relazioni narrativi tra loro, ma presentano molti richiami formali. Nel primo Tom Waits è un padre che vive in una casa sperduta vicino a un lago a cui vanno a fare visita i due figli (Adam Driver e Mayim Bialik). Nel secondo Charlotte Rampling accoglie in casa le due figlie con i volti di Vicky Krieps e Cate Blanchett per il loro incontro annuale a base di tè e dolcetti. Nel terzo, i due gemelli interpretati da Indya Moore e Luka Sabbat tornano nell’appartamento ormai vuoto dei genitori scomparsi in un incidente aereo.

Un gioco di richiami e simmetrie

Ecco, dunque, che si possono già intuire alcune similitudini tra le tre storie. Anzitutto ci sono sempre i figli che vanno nella casa dei genitori (a trovarli o a ricordarli). In secondo luogo, ci sono delle frasi, dei colori e dei gesti che sono ripetuti. Per esempio, la presenza delle auto che diventano elemento narrativo, così come le sedie (nei primi due) che invece sono assenti nell’appartamento vuoto del terzo episodio e per questo si seggono sul pavimento. Sottolineando, anche in questo modo e cioè con l’assenza, la mancata presenza della sedia. I colori dei vestiti (viola, rosso e nero) dei personaggi che fungono anche da spunto per i dialoghi. La presenza delle foto dei figli piccoli, gli skater che si muovono sullo sfondo all’inizio dei vari episodi e le inquadrature dall’alto delle tavole imbandite. Ma questi sono solo alcuni elementi che costruiscono legami tra le varie situazioni.

Un dettaglio musicale: la canzone “Spooky” risuona due volte nel film, con i suoi ritmi liquidi che catturano perfettamente lo spirito di un’opera che comprende come amare qualcuno non significhi conoscerlo davvero.

Le relazioni familiari al centro

Alla base, ovviamente, le relazioni familiari. Quelle difficili, dolorose e anche gioiose che emergono nei dialoghi, ma soprattutto negli sguardi e nei silenzi tra i vari personaggi.

E a legare il tutto anche il percorso che lo spettatore è invitato a fare. Il primo episodio è infatti ambientato in un luogo naturale degli Usa, ma senza anima viva se non i protagonisti. Il secondo è in un quartiere urbano di Dublino e il terzo è ambientato in mezzo alle strade di Parigi con le sue strade strette tra i palazzi della città. Partiamo quindi da un paesaggio vuoto e arriviamo a uno pieno di gente e cose.

Un viaggio che sicuramente è quello dei protagonisti (tutti legati in modo metaforico tra di loro), ma anche il nostro. Un percorso sia nello spazio (il viaggio in auto non è casuale) sia nel tempo (attraverso i ricordi dati dalle fotografie) per tentare di dare significato a una vita. Per cercare di comprendere meglio le relazioni tra i vari membri delle tre famiglie.

La maestria tecnica

La fotografia del film, curata da Frederick Elmes e Yorick Le Saux, è di straordinaria bellezza. Elmes, storico collaboratore di Jarmusch (hanno lavorato insieme a Paterson, The Dead Don’t Die, Night on Earth, Coffee and Cigarettes e Broken Flowers), è anche celebre per le sue collaborazioni con David Lynch (Eraserhead, Blue Velvet, Wild at Heart) e con Ang Lee. La sua capacità di creare atmosfere attraverso la luce e l’ombra trova in questo film un’espressione raffinata, dove ogni inquadratura sembra un quadro pensato per trasmettere lo stato d’animo dei personaggi.

Un cinema della contemplazione

Come nelle opere di Rohmer, Jarmusch qui abbandona ogni pretesa di azione drammatica per concentrarsi sull’osservazione delle dinamiche umane. È un film che richiede pazienza e disponibilità ad immergersi in un ritmo lento, quasi meditativo. L’umorismo è presente, ma è asciutto, sottile, mai esplicito.

Uscita nelle sale

L’uscita del film nella Svizzera italiana è prevista per giovedì 18 dicembre. Dove? A Lux di Massagno; al Rialto di Locarno, al Cinema Multisala Teatro di Mendrisio, al Cinema Forum di Bellinzona e al Cinema Teatro di Blenio.