Con Eleanor the Great, Scarlett Johansson passa dietro la macchina da presa per il suo primo lungometraggio – dopo un cortometraggio del 2009, These Vagabond Shoes, con Kevin Bacon in cerca di un hot dog da Nathan’s. Il debutto vero e proprio arriva ora, nella sezione Un Certain Regard di Cannes, e sorprende per delicatezza, umanità e una regia che, soprattutto nella prima parte, sa cogliere con sensibilità l’anima dei personaggi.

Protagonista assoluta è June Squibb, nei panni di Eleanor Morgenstein, una novantaquattrenne dalla vitalità spiazzante che, dopo la morte della sua migliore amica, lascia la Florida e si trasferisce a New York, ospite della figlia. Qui stringe un’amicizia inaspettata con una studentessa della NYU, e inizia un percorso fatto di bugie, nuove connessioni e bisogno di sentirsi ancora viva. Fingendo di essere una sopravvissuta all’Olocausto – basandosi sulle storie dell’amica scomparsa – si infiltra in un gruppo di supporto e da lì nasce una dinamica complessa ma autentica, soprattutto nel rapporto con Nina (interpretata da Erin Kellyman), anche lei alle prese con un lutto.

Il film è un piccolo ritratto della vecchiaia, certo, ma non solo: parla anche di identità, di memoria, di come ci reinventiamo per sopravvivere al dolore. E soprattutto racconta bene i rapporti intergenerazionali senza scadere nel patetico, almeno fino a un certo punto.

Nella prima metà, Eleanor the Great è leggero, ironico, quasi scoppiettante: Eleanor, con le sue battute secche e la sua lucidità, mi ha ricordato certi personaggi di Woody Allen, soprattutto quelli più teneramente corrosivi. Poi però il film vira su un tono più sentimentale, un po’ prevedibile, e perde quella freschezza iniziale che mi aveva conquistato. Peccato.

Resta comunque la grande prova di June Squibb, autentica, mai sopra le righe, capace di restituire con verità una donna anziana che non si rassegna, che vuole ancora imparare, legarsi agli altri, sentirsi parte del mondo. È forse lei, con il suo sorriso disarmante e la sua energia, a dare al film quel tocco in più che lo rende speciale, anche quando la sceneggiatura tende a semplificare.

Johansson alla regia è attenta, soprattutto affettuosa verso i suoi personaggi e mostra già una mano sicura alla sua prima opera. Si sente l’amore per New York, ben fotografata, ma anche per il ritmo del racconto. Forse con un po’ più di coraggionella scrittura il film avrebbe mantenuto il suo slancio fino alla fine. Ma, nel complesso, resta un esordio promettente e un piccolo film che racconta una piccola grande storia.