A qualche ora dalla visione, non so ancora dire con certezza se Eddington, l’ultimo atteso film di Ari Aster presentato in concorso a Cannes, mi sia piaciuto oppure no. E forse va bene così. In fondo, il mio giudizio personale conta relativamente.
Quello che mi preme sottolineare, invece, è che Eddington è un film complesso, ambizioso e ricco di spunti, che merita attenzione. Il cast è di altissimo livello: bastano i nomi di Joaquin Phoenix, Emma Stone (due Oscar all’attivo), Austin Butler e Pedro Pascal per capirlo. Aster, che nel 2018 aveva conquistato critica e pubblico con Hereditary — un horror inquietante capace di trasformare un budget di 10 milioni in 80 al box office — qui cambia completamente registro.
Di horror ce n’è poco, se non in qualche scena splatter nella seconda parte, che farà la gioia degli appassionati del genere. Questa volta ci troviamo piuttosto in un western moderno e atipico, dove i “nemici” non sono più gli indiani, ma il Covid.
Siamo nel maggio 2020, in piena pandemia, tra proteste per la morte di George Floyd e tensioni per l’imminente elezione presidenziale. In questo contesto, la cittadina immaginaria di Eddington, nel Nuovo Messico, finisce sotto i riflettori nazionali quando lo scontro tra lo sceriffo Cross e il sindaco García esplode sui social, spaccando in due la comunità.
Con le sue due ore e venti, Eddington cerca di restituire le ansie e le nevrosi di un’epoca recentissima ma già carica di simboli. La mascherina diventa metafora di salvezza e divisione; chi non la indossa è visto come un pericolo pubblico. Il conflitto tra sceriffo e sindaco richiama la frattura tra le “due Americhe”, ma anche l’epica del cinema western, con echi di O.K. Corral.
Aster, però, non si ferma lì. Inserisce temi come i diritti civili (Black Lives Matter), le battaglie del movimento Me Too, il conflitto generazionale — ben rappresentato dall’ossessiva presenza dei cellulari che filmano tutto — e il senso di smarrimento di un Paese sull’orlo del collasso.
La narrazione è divisa in due parti: nella prima vengono introdotti personaggi e relazioni, mentre la seconda è dominata dall’escalation del conflitto, fino allo scontro aperto.
Forse la durata è eccessiva: alcune scene superflue potevano essere tagliate senza compromettere il senso complessivo. Forse lo sviluppo narrativo non è sempre coerente, e alcuni personaggi — su tutti quello di Emma Stone — risultano meno incisivi del previsto. Ma resta l’impressione di un’opera audace, sorprendente, profondamente attuale, che affonda le radici nella storia americana senza rinunciare alla provocazione.
E non mancano momenti di ironia amara, con personaggi caricaturali che ricordano da vicino lo humor nero dei fratelli Coen.
Eddington potrebbe conquistare qualche premio importante a Cannes; al botteghino, invece, rischia di faticare — anche se non glielo auguriamo.




