Ci sono film al Festival di Locarno che poco dopo essere proiettati sono già sulla bocca di tutti. Il fenomeno meriterebbe attenzione perché probabilmente la reputazione di questi film viaggia maggiormente attraverso il passaparola che non attraverso altri media quali i giornali, la televisione, o i social network. Quest’anno, diciamolo subito, dopo qualche giorno dall’inizio del festival si è sparsa la voce che Lucky di John Carroll Lynch è un film da vedere; che forse sarebbe andato meglio in Piazza Grande, visti i pregi che possiede. Che potrebbe addirittura essere un film da Oscar, azzardano i più coraggiosi. E naturalmente chi dice queste cose non ha tutti i torti, il film è senz’altro notevole: chi lo negherebbe?

Proprio perché meritevole, Lucky mi sembra l’esempio più eclatante di un fenomeno di diffusione per cui un’esperienza vissuta in un ambiente circoscritto (la sala cinematografica) e in un orario preciso, fa maturare una valutazione condivisa e intersoggettivamente connessa che subito viene disseminata, diventa contagiosa, virale. Riconoscete forse i meccanismi tipici dei social network? Certo, solo che qui stiamo parlando di passaparola old school, e di una comunità di persone in carne ed ossa che per una decina di giorni si trasformano in nomadi postmoderni, transitando da un plateau di immagini all’altro, in perpetuo movimento, alla ricerca di esperienze cinematiche, esploratori di mondi paralleli e della molteplicità identitaria.

Insomma, l’idea del film imperdibile si propaga in modo rapido e efficace per passaparola piuttosto che per altri media. Del resto, dei film in concorso, i media ufficiali quali il Pardo News devono parlarne con equanimità, dosando bene le parole, dichiarando ugualmente interessanti tutti i film. I quotidiani tradizionali, dal canto loro, possono certamente permettersi toni più personali, esprimendo preferenze più nette: ma la deontologia impone comunque un certo sguardo disinteressato da una parte, e dall’altra una tendenza (tipica della critica, non solo cinematografica) a voler trovare dei punti deboli, delle mancanze, delle incongruenze anche in presenza di capolavori. Poi c’è la stampa digitale, ma anche in questo caso chi scrive di norma riconosce l’obbligo di attribuire il bello e il brutto un po’ dappertutto quasi ad illustrare, neanche a farlo apposta, che lo yin e lo yang del caso si ritrovano in qualsiasi cosa, per quanto bella e seducente possa apparire. E poi, visti i ritmi rapidi del concorso, ogni giorno si volta pagina e si inizia a scrivere di nuovi film, cercando nuovi aggettivi, nuovi paragoni, nuove formule per definire immagini. Insomma: ci si concentra per trovare il modo di rendere interessante (per chi legge) la propria esperienza di un film. Ed è anche questo il bello di scrivere sul festival.

La parola dello spettatore, svincolata dall’obbligo e dalla responsabilità della scrittura, ha meno filtri, e come una farfalla in volo perde le mezze misure, si propaga e passa facilmente dalle bocche alle orecchie e di nuovo alle bocche: diventa spietata, tranchante, un po’ come lo sono i gossip. Ecco perché è più facile che un film, già dopo un giorno, lasci uno strascico, e cominci a essere sulla bocca di tutti. Hai visto qualche film interessante? Chi non ha mai fatto, o si è sentito fare, questa domanda? La domanda chiede una riposta, la esige, anche rapida.

Immaginate di incontrare qualcuno passando da una sala all’altra, che magari sta grondando di sudore perché deve rispettare una tabella di marcia che gli impone di vedere quattro film al giorno, e questa persona ti chiede: hai visto qualche film interessante? Non possiamo iniziare un dibattito, ci vuole un’informazione chiara, un valore sicuro, una notizia affidabile. Ed ecco che gli diremo: Sì, ho visto … che era molto bello. E così faranno altre decine, o forse centinaia di persona. E così la voce gira, l’idea coinvolge sempre più persone e … sapete come funziona no? Succede che «quando un’idea è entrata nella tua testa è quasi impossibile da sradicare». Parola di Dominic Cobb (Leo Di Caprio).

In fondo, ricordiamoci che il festival Locarno non ha del tutto risolto i suoi problemi di bulimia, quindi di fronte a tante potenziali tentazioni, ma anche a tante possibili delusioni, diventa quasi un riflesso l’orientarsi verso quei film di cui tutti parlano bene. Così, tanto per proteggersi da qualche amara delusione. In un festival tanto denso di appuntamenti, dove uno deve per forza scegliere, dove è umanamente impossibile vedere tutto, chi non rinuncerebbe a un’informazione che è rimbalzata sulla bocca di dieci, cento, mille e più persone? La disseminazione, il contagio del passaparola, diventano promessa di verità.

A Locarno ci sono migliaia di nomadi postmoderni che, quando hanno sentito parlare dell’uomo che vive nel deserto, si sono mossi: hanno iniziato il loro viaggio. Hanno guardato il cielo, era terso. L’assenza di nubi, era un segnale. Poi era tutto buio, e finalmente è apparso, l’uomo del deserto, su quell’enorme schermo bianco.

E allora fu subito cinema.

 

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