Oggi faccio uno sproloquio sporco, ai limiti del decente; dunque, se non vi va di continuare, fate pure: non mi offendo. Parlerò di due film visti qui al Festival: Thính Giác (Hearing) di Lê Bảo e A King in New York di Charlie Chaplin. So benissimo che già accostarli nella stessa frase potrebbe costarmi qualche inimicizia, ma io vi ho avvertiti, dunque procedo tranquillo.

La prima mezz’ora del film vietnamita promette molto. Moltissimo. E forse è proprio questo il problema: promette con tale solennità che uno finisce per aspettarsi l’apparizione mistica di Buddha, dei Bodhisattva e magari, già che ci siamo, anche una piccola rivelazione personale. Presentato al Fevi in prima mondiale nel Concorso internazionale, il film segue Ninh, un elettrotecnico che installa misuratori di decibel negli spazi pubblici e nelle abitazioni e che, mentre misura il rumore degli altri, sembra incapace di misurare il silenzio che si è depositato nella propria vita. Vive con la madre, sente la distanza dalla moglie e dai figli e vorrebbe ricucire il rapporto tra i genitori, ormai separati anche dalle parole. L’idea è bellissima: usare l’ascolto del suono (hearing) per parlare del silenzio, il rumore per raccontare l’assenza, i decibel per dare una misura impossibile alla distanza tra gli esseri umani.

Eppure Thính Giác non decolla. O almeno, con me non lo ha fatto. Ha una fotografia magnifica, a tratti esaltante, e Lê Bảo possiede un occhio che vorrei avere io quando giro per Locarno con il telefono in mano. Ma proprio questa bellezza, poco alla volta, diventa una gabbia. Ogni inquadratura sembra chiedere di essere contemplata, ogni silenzio interpretato, ogni oggetto promosso al grado di simbolo. La lentezza, che all’inizio costruisce attesa, diventa maniera; il simbolismo si moltiplica; la destrutturazione comincia a destrutturare soprattutto la mia pazienza. A un certo punto non avevo più l’impressione che il film mi chiedesse di guardare: pretendeva da me un atto di fede che, alle 14:00, con lo stomaco ancora vuoto e l’umore abbrutito dalla sedia scomoda del Fevi (da quanti anni ci lamentiamo di quelle sedie?), proprio non potevo avere. Peraltro, quando un film comincia a pretendere dallo spettatore la reverenza che dovrebbe conquistarsi, il confine tra rigore e autocompiacimento si fa pericolosamente sottile.

Ora però cambiamo sala, continente, epoca e praticamente tutto il resto. Al GranRex, qualche giorno fa, ho visto A King in New York (1957) di Charlie Chaplin. I due film non hanno nulla in comune e, sia chiaro, non intendo metterli a confronto. Sarebbe assurdo farlo per epoca, linguaggio, genere, intenzioni o mezzi. Non voglio fare il bacchettone che prende un giovane regista vietnamita e lo bastona con Chaplin: sarebbe un esercizio abbastanza miserabile, oltre che facilissimo. Il confronto che mi interessa è un altro: che cosa fa un regista per far arrivare un pensiero dall’altra parte dello schermo?

È qui che la distanza diventa enorme. Chaplin deve parlare di esilio, conformismo, persecuzione politica, maccartismo, potere dei media, paura, libertà. Avrebbe materiale sufficiente per tenere una conferenza di tre ore e infliggerci pure il dibattito finale. Invece inventa. Fa ridere e racconta; costruisce una gag e un momento dopo la trasforma in satira; usa il corpo, il ritmo, la pantomima, l’assurdo, la tenerezza. La sua riflessione politica non precede il cinema: diventa cinema. Chaplin non ci comunica che ha qualcosa da dire. Ce lo dice e basta.

Qualcuno potrà obiettare che anche A King in New York ha delle pecche, per esempio una certa rigidità nella recitazione, Chaplin compreso; ma qui non ci sto. Chi lo dice non considera una verità che, a dirla, sembra addirittura banale. Quella rigidità, infatti, è precisamente uno dei suoi strumenti. Shahdov, il protagonista, è un re: è ovvio che sia formale, impettito, prigioniero di una gestualità regale; ed è altrettanto naturale che chi gli sta intorno finisca per assumere la stessa compostezza artificiosa. È proprio grazie a quella rigidità che la gag esplode: io ci vedo, semmai, tutta la maestria di Chaplin nel dirigere sé stesso e gli altri. Chaplin tende la corda della forma finché qualcosa la spezza e la sala ride. Ride parecchio, tra l’altro. Accanto a me c’era un giornalista romando che frequenta il Festival da cinquantasette anni e che rideva come una scimmia; ci mancava poco che ci abbracciassimo e ci dessimo degli scappellotti tanto si rideva. Il corpo irrigidito diventa così una macchina comica e insieme politica. Dietro la risata rimane la ferocia di un film realizzato da un uomo che l’America del maccartismo aveva di fatto cacciato e che, invece di scriverle una lettera di protesta, decide di prendersene gioco con eleganza e taglio.

Thính Giác affronta tutt’altro: il tempo che passa, la paura di perdere i propri cari, l’impossibilità di prepararsi alla morte dei genitori, quelle distanze che crescono in una famiglia senza fare rumore. Nessuno pretende che davanti a tutto questo si debba ridere e piangere insieme. Del resto il problema non è che Lê Bảo non sia Chaplin. Ci mancherebbe. Il problema è che troppo spesso il suo film sembra sostituire l’intensità con la durata, la profondità con l’allusione, il pensiero con il simbolo. Come se bastasse tenere ferma un’inquadratura o cambiare il filtro della luce perché, prima o poi, qualcosa di profondo debba necessariamente succedere. Magari succede pure; tuttavia io, a un certo punto, non ero più sicuro di essere ancora lì per accorgermene. Guardavo solo l’orologio.

Naturalmente potrebbe essere colpa mia. Forse ero di cattivo umore. Forse era il caldo d’agosto. Forse pesava ancora quella partita a scacchi persa prima di entrare in sala. Forse c’erano troppe cose tra me e lo schermo. Un film, dopotutto, lo guardiamo anche con la giornata che abbiamo avuto. E questa è una cosa che le recensioni dimenticano spesso: in sala non entra mai soltanto lo spettatore. Entra quello che ha mangiato (o non mangiato), quello che gli hanno detto, chi ha incontrato, quanto ha dormito e, nel mio caso, anche un’apertura a scacchi giocata malissimo e delle cuffie appena comprate che già non funzionavano! Ciò detto, mi rimane il sospetto che questa volta non fossi soltanto io ad avere qualcosa fuori posto. Forse anche il film aveva la tara regolata male.

Ed è un peccato, sia perché quella prima mezz’ora lasciava intravedere un film assai più potente, sia perché Lê Bảo possiede davvero un occhio straordinario: la fotografia del suo film è magnifica, esaltante in alcuni momenti, e probabilmente sarà la cosa che ricorderò più a lungo. Non è nelle mie corde dire a un regista che cosa dovrebbe fare in futuro. Figuriamoci. Gli auguro anzi esattamente il contrario: perseveranza, ostinazione, perfino qualche errore. A me auguro soltanto di vedere il suo prossimo film e di trovarci magari un po’ meno compiacimento nella bellezza delle immagini e un po’ più voglia di farle muovere, contraddirsi, perfino sporcare.

A differenza della fotografia, il cinema prima o poi deve partire: Chaplin lo sapeva; e quando partiva, era difficilissimo stargli dietro.