Dossier 137 si presenta con tutte le caratteristiche di un solido film per la televisione: un tema d’attualità, un impianto narrativo rigoroso, una recitazione trattenuta e precisa. La regia è firmata da Dominik Moll, autore raffinato già premiato con La Nuit du 12, che qui si misura con un’indagine dell’IGPN, l’istituzione incaricata di controllare l’operato della polizia francese. Eppure, malgrado l’indubbia rilevanza del soggetto – le violenze durante le proteste dei gilet jaunes – resta difficile giustificare la sua presenza nel concorso principale di Cannes.
Il film ruota attorno alla figura di Stéphanie, interpretata da Léa Drucker, chiamata a far luce su un grave ferimento causato da un agente durante una manifestazione. Il caso, che inizialmente appare come uno tra tanti, prende una piega personale quando la poliziotta scopre che la vittima proviene dalla sua città natale. Inizia così un percorso investigativo e interiore, che la porta a confrontarsi con la reticenza della polizia, i limiti del proprio ruolo e l’ambiguità della propria posizione.
Moll conosce bene la macchina del cinema e lavora con precisione. Ma proprio questa meticolosità finisce per appiattire il racconto. L’ossessione per la procedura – per i verbali, le sequenze d’audizione, i montaggi ellittici – soffoca ogni slancio visivo. Il film si svolge in un territorio neutro, controllato, dove l’emozione è relegata alla sfera del “non detto” e il coinvolgimento viene affidato a piccoli dettagli, come il ritrovamento di un gatto in un parcheggio o un silenzio prolungato tra due personaggi.
La regia è sobria fino all’autocensura, priva di qualsiasi guizzo o tensione formale. Se l’intento era quello di raccontare un sistema chiuso, dominato dalla burocrazia e dall’ambiguità morale, Dossier 137 ci riesce. Ma lo fa rinunciando al cinema in senso pieno. Le immagini sono funzionali, mai evocative. La fotografia è grigia, letterale. L’estetica, volutamente spoglia, si confonde con quella di una miniserie ben confezionata.
Anche la sceneggiatura, firmata dallo stesso Moll con Gilles Marchand, procede senza sorprese. L’indagine è costruita con mestiere, ma non genera mai un vero senso di urgenza o ambiguità morale profonda. Gli snodi narrativi – la testimone riluttante, il figlio che contesta il lavoro della madre, l’ex marito poliziotto – sembrano inseriti più per funzione che per necessità drammaturgica. Anche la relazione tra Stéphanie e la vittima, centrale nel discorso del regista sul “punto di vista”, appare suggerita più che vissuta.
Il cast è di buon livello, con Léa Drucker che regge il film sulle proprie spalle con professionalità. La sua interpretazione è calibrata, coerente, ma resta intrappolata in un registro costante, come se il personaggio non avesse mai il permesso di cambiare davvero. Il problema, però, non è l’attrice, ma la sceneggiatura, che sembra più interessata a dimostrare una tesi (la complessità morale dell’inchiesta) che a costruire un vero arco narrativo.
In conclusione, Dossier 137 è un film corretto, politicamente consapevole, ben recitato e ben costruito. Ma non è cinema d’autore, né cinema che rischia. È un’opera che rispetta le regole, che dimostra di sapere tutto ma di non voler dire abbastanza. Un film che informa più che trasformare, che osserva più che incarnare. Forse nel concorso principale di Cannes ci aspettiamo qualcosa di più.




