Indurre il pubblico locarnese ad accorrere numeroso a una proiezione supplementare deve essere una gran bella soddisfazione per chi porta un film al Festival di Locarno, soprattutto se si tratta di un’opera prima che fa parte della sezione Cineasti del presente. Sto parlando di Distant Constellation diretto da Shevaun Mizrahi, prodotto da Shelly Grizim e Deniz Buga, che ieri mattina ha festeggiato la sua quarta proiezione al Rialto con una notevole affluenza di pubblico nonostante l’abbondante pioggia.

Il film ci racconta la vita quotidiana di alcuni «inquilini» di una casa per anziani di Istanbul. In questo microcosmo che, simbolicamente, funge da sala d’aspetto dell’ineluttabile, la regista individua alcuni personaggi e si concentra su alcuni dei loro tratti caratteristici: vediamo, a turno, apparire in primo piano un fotografo che non vede più, un vecchio dongiovanni non ha mai perso la voglia sedurre, una donna armena che racconta a cuore aperto il genocidio di un secolo fa, due anziani burloni che dirottano l’ascensore.

A fare da sfondo alla vita quotidiana di queste persone un enorme cantiere dove prende forma la città del futuro. Fuori dalle finestre si vedono giovani operai al lavoro, che trasformano il mondo circostante, alle prese con una vita confinata entro i limiti e i rituali di una giornata lavorativa. Dalle finestre, sembra di vedere un enorme cratere a cielo aperto, che solo a guardarlo trasmette una sensazione di vuoto, di incertezza, di desolante tristezza.

Questi due mondi per molti versi si oppongono, per altri si richiamano e si compenetrano. Da una parte il microcosmo della casa per anziani, in cui si respira il peso del tempo, della biografia, e in cui si percepiscono le sedimentazioni dell’esperienza vissuta. D’atra parte, quel cantiere dalle dimensioni esagerate, in cui gli operai, a guardarli da lontano, sono come delle minuscole formiche che lavorano alacremente per trasformare un immenso guscio vuoto in qualcosa di compiuto. Agli spettatori più accorti, non sarà sfuggito che, al di là di aspettative e previsioni più o meno attendibili e razionalizzabili, i due mondi non sfuggono a un dato imprescindibile: l’incertezza del futuro.

il film esplora la varietà e la ricchezza dell’esperienza umana, l’imprevedibilità del futuro, la fragilità identitaria, ma anche la forza caratteriale dei suoi protagonisti principali. Perché delle costellazioni distanti? Come ha raccontato al pubblico Shelly Grizim (la produttrice) al termine della proiezione, Distant Constellation è un film che ci fa guardare lontano, nel cielo stellato, alla ricerca di un senso della vita. Come dire, a guardare in cielo si trova sempre la speranza, un senso esistenziale che ci proietta in un futuro ancora e sempre possibile. Per la regista Shevaun Mizrahi, invece, la costellazione è iscritta nell’interazione fra i personaggi che intervengono nel film, ciascuno dei quali rappresenta un modo di essere, di stare al mondo, di vivere la vita.

Certo è che Distant Constellation è una riflessione molto sensibile e acuta (oltre che accurata) sul senso della nostra esistenza, ma anche sull’importanza di mantenere la curiosità e l’autoironia fino alla fine.

Perché in fondo, l’unica cosa che possiamo conoscere è il nostro presente.

 

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