C’è un momento, all’inizio di D’ici là, in cui tutto sembra possibile. La foresta si apre davanti allo spettatore con la sua maestosità silenziosa, e Lucien, il protagonista, emerge come una figura quasi primitiva in cerca di una pace che il mondo degli uomini non sa più offrire. Sono passati più di trenta giorni da quando ha abbandonato la propria abitazione, e quando un’amica viene a cercarlo, lui oppone un rifiuto ostinato: meglio gli animali, meglio il fruscio delle foglie, meglio il silenzio assoluto che il chiacchiericcio umano.

Nella stessa foresta, o forse poco più in là, Aline segue le tracce di un lupo. Ma ciò che cerca veramente è dentro di sé: le sue paure più profonde, quelle che la inseguono anche quando crede di fuggire. E poi c’è Jade, giovane e inquieta, che deve fare i conti con la propria vera natura. Tre anime solitarie, tre percorsi che si incrociano senza mai realmente incontrarsi, tre desideri di libertà che Sarah Leonor ha scelto di raccontare attraverso il linguaggio lento e ipnotico della natura.

Il punto di partenza è affascinante. Tre persone che si muovono nello stesso territorio senza conoscersi, ognuna con il proprio bagaglio di silenzi e di domande. La natura diventa così l’elemento unificante, la vera protagonista del film: i suoi tempi, la sua asperità, i suoi colori notturni avvolgono completamente la narrazione, relegando i personaggi a comparse in un paesaggio che li supera e li contiene.

Eppure, è proprio qui che il film inciampa. L’indugio eccessivo nei raccordi tra una scena e l’altra, una lentezza che certo appartiene al ritmo naturale della foresta ma che sul grande schermo si trasforma in stasi, rendono l’esperienza visiva faticosa e talvolta banale. Lo spettatore rimane sulla soglia, incapace di varcare la porta che lo condurrebbe dentro le vicende dei tre protagonisti. Non riesce a immedesimarsi, non trova un appiglio emotivo a cui aggrapparsi.

Ed è un vero peccato, perché il desiderio di libertà che anima Lucien, Aline e Jade è universale. Quella voglia di fuggire dalla realtà, di perdersi nella natura per ritrovare sé stessi, di abbandonare le convenzioni sociali per ascoltare il proprio respiro più autentico: sono sentimenti che ognuno di noi, in qualche momento della vita, ha provato. Ma nel film rimangono sospesi, come promesse non mantenute.

D’ici là diventa così l’emblema del concorso della 79esima edizione del Locarno Film Festival: l’attesa era grande ma che finora ci sono state più delusioni che scoperte. La media dei film presentati sembra aver seguito la stessa parabola: grandi ambizioni, qualità riconoscibili, ma una difficoltà diffusa nel trasformare le potenzialità in compiutezza. Come se il festival stesso, in questo suo anno particolare, avesse contratto la stessa malattia del film di Sarah Leonor: l’incapacità di sbocciare completamente.