Più che un film, un’esperienza visiva. Più che un’animazione, un vero e proprio esperimento. Dandelion’s Odyssey segna il debutto nel lungometraggio della regista giapponese Momoko Seto ed è stato presentato alla Settimana della Critica, suscitando curiosità e meraviglia.
Seto, nata nel 1980, ha un percorso formativo internazionale: ha studiato al Lycée Français di Tokyo, al Fine Arts College di Marsiglia e allo Studio Nazionale di Arti Contemporanee Le Fresnoy in Francia. Ha iniziato la carriera realizzando cortometraggi e documentari per il CNRS (Centro Nazionale di Ricerca Scientifica), per poi dedicarsi a opere ibride e sperimentali. Tra i suoi lavori più noti vi sono i cortometraggi animati Planet Sigma e Planet Z, così come le sue creazioni fotorealistiche soprannominate “porno di mare”, tra cui Octopus Love Affair e Prawns Orgy.
Con Dandelion’s Odyssey, Seto ci porta in un viaggio senza parole, seguendo quattro curiosi personaggi: Dendelion, Baraban, Léonto e Taraxa — semi provenienti dallo stesso soffione, scagliati nello spazio da un’esplosione nucleare che ha devastato la Terra. Inizia così la loro odissea tra pianeti sconosciuti e costellazioni lontane, alla ricerca di una nuova casa.
Il film è una sinfonia visiva: uno spazio in continuo mutamento, che si illumina e si rabbuia, si anima e si spegne. I suoni — a tratti simili a voci — accompagnano la narrazione silenziosa dei protagonisti, mentre creature come bruchi, lumache e pesci surreali assumono il ruolo di guide, come moderni Virgilio, lungo un percorso che porta verso l’ignoto.
È un film profondamente immaginifico, fantascientifico e poetico, dove il tempo sembra sospeso e la percezione dello spazio si dilata. Un’opera che ambisce all’altezza dell’arte e, in alcuni momenti, riesce davvero a sfiorare vette altissime. Altre volte, forse, rischia qualche caduta negli abissi. Ma è proprio questo rischio a renderla unica: Dandelion’s Odyssey è un film da vivere più che da guardare — e sul grande schermo, se possibile.



