«L’acqua del fiume è sporca».

«Sì, ma è bella».

Questo il dialogo finale del film giapponese in concorso intitolato Netemo Sametemo (Asako I & II) del regista Hamaguchi Ryusuke, quello di Happy Hour, che era stato premiato a Locarno nel 2015 per la miglior interpretazione femminile.

Anche questa volta è una donna a catalizzare la scena: Asako, che come dice il titolo vede una prima e una seconda parte. Un po’ come lo era stato La vita di Adele.

Quando il primo grande amore della sua vita scompare, la giovane Asako non sa più che cosa fare, è disperata e cade in depressione. La ritroviamo due anni dopo, in città, quando incontra un ragazzo che assomiglia al suo primo grande amore. Sconvolta da questa somiglianza si lascia sedurre e se ne innamora, scoprendo giorno dopo giorno un giovane con una personalità diversa dal suo primo amore. Un lavoro in una grande azienda, amici e la voglia di avere a fianco una donna per la vita. Questo le piace, anche se lei non si è mai dimenticata dal primo amore e quando questi riappare nella sua vita…

I giapponesi hanno un dono: sanno andare a fondo nelle cose. Sanno sporcarsi le mani e arrivare al midollo, all’essenza. Anche facendosi male. E così ha fatto anche Ryusuke con questo bel film che è sì una storia d’amore, ma è soprattutto una rincorsa verso un’illusione. La domanda più importante arriva a metà film quando una signora che assiste il figlio malato dice alla protagonista: sai che cosa è l’amore? Prendersi cura dell’altro. Lei, in quel momento non capisce fino in fondo quella frase, se ne rendo conto solo dopo, quando incontra il primo amore.

Questa è anche una pellicola che gioca sulla verosimiglianza. Il secondo ragazzo assomiglia al primo come una goccia d’acqua, ma non è lui. Non è quello vero. E questo tema pone a tutti noi, spettatori, una ulteriore domanda: quello che stiamo vedendo è vero o verosimile? Un quesito alla base del cinema e della sua illusione di fondo.

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