«Troppi immigrati. Bisognerebbe rimandarli tutti a casa loro!» Un nichelino per tutte le volte che lo avete sentito dire e sareste ricchi! E se per ipotesi ci prendessimo la briga di riportare a casa uno straniero ciascuno? Pura follia?

È l’ipotesi pensata e raccontata da Antonio Albanese nel suo ultimo film intitolato Contromano. Una commedia italiana che lo vede tornare alla regia dopo ben 16 anni d’assenza dietro la macchina da presa.

Mario Cavallaro, interpretato dallo stesso Albanese, si sveglia tutte le mattine nello stesso modo, nella stessa casa, nello stesso quartiere, nella stessa città, Milano. Ha appena compiuto cinquant’anni. Mario ama l’ordine, la precisione, la puntualità, il rispetto, il decoro, la voce bassa, lo stare ognuno al proprio posto. La sua vita si divide tra il suo negozio di calze ereditato dal padre e un orto, messo in piedi sul terrazzo della sua abitazione. Ma un giorno il vecchio bar dove fa sempre colazione viene venduto ad un egiziano e davanti alla sua bottega arriva Oba che ha il volto di Alex Fondja , baldo senegalese venditore di calzini. Per Mario è troppo. La soluzione è semplice e folle allo stesso tempo: rapire Oba per riportarlo a casa sua, Milano-Senegal solo andata, accompagnati anche dalla bella Dalila alias Aude Legastelois. Se tutti lo facessero il problema immigrazione sarebbe risolto, basta impostare il navigatore dice a sé stesso Mario.

Una favola moderna che come ogni fiaba che si rispetti ci regala un lieto fine. Un classico road movie ricco di ironia e sentimento, ma che non manca di realismo e non vuole per forza essere buonista. Parlare di un problema delicato come quello dei flussi migratori, che attraversano l’Europa e che tanto fanno discutere la politica e i cittadini, non è facile. Dietro ogni volto c’è una storia che, nella maggior parte dei casi, resta sommersa, resta inespressa. Un fenomeno attuale, quello dell’immigrazione, che siamo abituati a incontrare in maniera drammatica e lacerante e che Albanese ci propone, invece, con grande leggerezza. Un approccio scevro dal giudizio e attento a offrire una chiave di lettura estremamente sensibile. Un pregio che va riconosciuto a questo film.

«Abbiamo scelto di affrontare l’argomento da un punto di vista umano, senza sposare la tesi dell’accoglienza a tutti i costi ma neanche quella opposta del tornate a casa vostra, cercando di portare in scena un po’ di leggerezza insieme alla forza e alla dignità di tante persone che vivono in condizioni di disagio, ma non vengono quasi mai raccontate nella loro interezza. Abbiamo cercato di guardare alle paure e ai sogni di tutti provando a confrontarli in un racconto che ci riportasse su un piano di normalità e umanità, in cui non ci sono buoni o cattivi, brutti o belli, noi o loro. Esiste certamente un problema serio da risolvere promuovendo una relazione alla pari. Questo è un argomento su cui riflettere. Sono una persona che osserva quello che gli succede intorno e ho sentito il bisogno di raccontarlo con un po’ di garbo e in controtendenza a questo momento storico» spiega il regista.

E parlare al cuore della gente attraverso la risata e il buonumore sicuramente aiuta. E Albanese è sempre Albanese.

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