Gianni Di Gregorio torna al cinema con Come ti muovi sbagli, presentato a Venezia e in uscita nelle sale a settembre. Ancora una volta sceglie di raccontare il quotidiano attraverso figure marginali, relazioni familiari ingombranti e piccole comunità urbane, mantenendo quella leggerezza che da sempre contraddistingue il suo cinema. Ma rispetto ai lavori precedenti, qui la formula appare meno spontanea, più faticosa e costruita.

Il protagonista – lo stesso Di Gregorio nei panni di un professore settantenne – sembra un riflesso sbiadito delle sue figure più riuscite: la faccia, certo, resta cinematografica di per sé, capace di evocare empatia e ironia con un semplice sguardo. Alcune situazioni strappano il sorriso, soprattutto nei momenti corali ambientati nel quartiere romano che il regista continua a eleggere a teatro naturale delle sue storie. Tuttavia, i dialoghi spesso scivolano nel prevedibile, con battute troppo impostate che finiscono per annacquare l’autenticità.

Il tema della famiglia, rifugio e al tempo stesso ostacolo, ritorna con insistenza: l’arrivo della figlia (Greta Scarano) in crisi e dei nipotini rompe la fragile serenità del protagonista. Eppure, pur toccando argomenti universali come la solitudine, il bisogno di affetto e la rinuncia alla propria libertà, il film fatica a penetrare in profondità. La narrazione resta in superficie, affidata a una leggerezza che qui non illumina ma impoverisce.

Anche le sottotrame appaiono deboli: l’episodio del cognato che parte a piedi dalla Germania per ritrovare l’amore perduto, con tanto di cane/lupo che lo accompagna, sembra più un espediente forzato che un vero motore drammaturgico. Sono inserti che, anziché arricchire, accentuano la sensazione di artificio.

Roma, presenza costante del cinema di Di Gregorio, rimane il contesto più vivo e credibile, con i bar di quartiere e le chiacchiere tra amici. Ma non basta a restituire quella freschezza che aveva reso un piccolo cult il suo esordio, Pranzo di Ferragosto, o la malinconia lieve di Lontano lontano. In Come ti muovi sbagli prevale un senso di stanchezza, come se l’autore avesse cercato di ripetere se stesso senza la stessa grazia e leggerezza che in passato riuscivano a sorprendere.

È un cinema che ancora conserva tratti di umanità e calore, ma che rischia di rimanere intrappolato nella propria formula, senza il guizzo necessario a rinnovarla.