Vi propongo un test. Che tipo di spettatori siete? Le riviste di cinema, quelle specializzate come questa, suggeriscono: critica, commenti, visioni, storia. Parlano allo spettatore, è la loro missione. Oggi, invece, desidero parlare non tanto allo spettatore quanto dello spettatore.
Accucciarsi in una sala buia, davanti al grande schermo in compagnia di perfetti estranei, è una delle esperienze più divertenti e formative che si possano fare. Come guardate un film dice molto di voi e a un gatto l’osservare l’essere umano nel pieno della sua proverbiale imperfezione piace.
Il film va selezionato con cura. Amo molto le pellicole che creano interesse tra i cosiddetti intenditori e altresì quelle che riempiono la sala di giovani in cerca di adrenalina.
Ma andiamo con ordine. Cosa guardo? Magari una bella retrospettiva, una proiezione da cineclub o meglio ancora la nuova uscita di un film considerato d’autore. Gli appassionati rispondono con buon interesse e la sala conta in genere almeno una trentina di eruditi spettatori. Li riconosci subito, ce ne sono di due categorie: quelli dal maglioncino rasato e rigorosamente mono colore, possibilmente una tonalità sobria (diciamo un beige) e quelli con la maglietta un po’ lisa, che fa subito sessantottino. Si conoscono e si riconoscono!

«Ti alura? La to dona l’è mia vegnüda?»
traduzione per i non ticinesi oriundi: «Ciao, come stai? Tua moglie non è venuta?»

«No, la gheva da na al club del libro sta sira»
«No, doveva andare al club del libro stasera»

La conversazione che segue si sposta subito sulla bontà del regista, sul piacere di una buona pellicola, sulla desolazione del cinema contemporaneo, sulla perdita dei valori della gioventù di oggi e sulle grandi aspettative per la visione. Un paio di sospiri e si entra in sala.
Il film è lento. Più è lento meglio è. Il cinefilo apprezza anche il bianco e nero. Non è un must ma piace. Il silenzio è rigoroso. Il telefonino spento. Qualche colpo di tosse prima di cominciare.
Mi accuccio in centro sala. Aspetto e soprattutto osservo. Massima attenzione del pubblico colto. Che sembra assaporare ogni fotogramma come fosse un bocconcino di sushi. Il pathos si taglia a fette. Il climax del film è quasi al culmine e le immagini di grande estetica e di profondo contenuto scorrono al tempo di un minuetto quando, immancabilmente, qualcosa accade.

Il critico della testata di maggior peso russa della grossa!
Porca paletta! È il panico.

Ma allora, forse, questo film non merita. Non ha la forza necessaria a tenere ancorato lo spettatore. Diciamo che la sua struttura non rispecchia i canoni di innovazione attesi. Un già visto? Un nulla di nuovo sotto il sole? Un non convince? Sono i pensieri che lesti si fanno largo nelle testoline degli appassionati. E allora lo sforzo aumenta e gli occhiali vengono inforcati sui nasi (di varie fattezze e dimensioni) con gesto deciso. Se il super critico dei critici dorme… il film mi può piacere?
Alla fine della proiezione, gli sguardi sono persi. Ci si accomiata alla prossima con sobrietà, evitando un commento che potrebbe mettere in cattiva luce.

Poi entri in un multisala. Il film è il blockbuster del momento. Pienone di giovani che ridacchiano, sgranocchiano, si spintonano.
Buio in sala, ma il brusio è ancora lì.
«Ahhhhh. Woooow. Naaaaa!»
I commenti si sprecano. Di ogni genere! All’uscita i ragazzi imitano il protagonista, l’eroe o il cattivo di turno. «Che boiata!» «No dai figo invece! Non capisci niente!» E parte il dibattito

Che cinema! la gente che va al cinema!

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