Ho sempre pensato al treno come a un luogo della poesia: ne ho letti di versi seduto di lato, in seconda classe, tra Roma e Fano o tra Roma e Ferrandina o tra Locarno e Milano per andare a guardare l’Inter a San Siro. Eppure non avevo mai pensato al treno come l’invenzione più cinematografica della storia: ci voleva Buster Keaton. Il film in questione, lo ammetto, non lo avevo mai visto, quest’anno compie un secolo e nel 2013 è stato restaurato. Mi viene da pensare che gli artigiani che hanno completato l’opera di maquillage tecnologico sulla pellicola originale assomigliano anche loro al macchinista del XIX secolo che vediamo in questa storia: passano la vita a rimettere in pressione vecchie caldaie perché possano ripartire. La Cohen Film Collection lo ha fatto con The General: ha preso il negativo originale in nitrato, le migliori copie sopravvissute e, cento anni dopo, ha rimesso in moto il cuore della locomotiva. Non è poco.

Un treno non serve soltanto a spostarsi: serve a esplorare. Attraversa montagne, gallerie, fiumi; ma soprattutto attraversa il tempo. Respira, sbuffa, pulsa. Le vecchie locomotive a vapore alimentate a legna e carbone avevano una caldaia che sembrava un torace e dei pistoni che battevano come ventricoli d’acciaio. Se oggi qualcuno mi chiedesse di disegnare il verbo viaggiare, non disegnerei una bussola né una carta geografica: disegnerei un treno.

Forse è anche per questo che l’apertura in sordina (si fa per dire) del mio Locarno Film Festival è quella delle 15.30, quando il Palaexpo Fevi apre le sue porte per il tradizionale tributo al cinema muto con tanto di concerto dal vivo. Quest’anno è toccato a The General di Buster Keaton, accompagnato dall’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Philippe Béran sulle musiche di Carl Davis. I cinque, brevi minuti di presentazione sono spettati a Giona Nazzaro (direttore artistico del Festival) e Barbara Widmer (direttrice artistica dell’OSI). Ogni anno mi sembra di assistere non all’apertura di un festival, ma a una specie di liturgia laica; e ogni anno mi torna in mente un verso di Mario Luzi: «Di che è mancanza questa mancanza, cuore?» (dalla raccolta Sotto specie umana del 1999). La mancanza non può essere narcotizzata o riempita da effimeri beni materiali; essa rimanda a un richiamo proveniente da oltre l’uomo stesso. Poi gli strumenti si accordano e quella mancanza, almeno per un pomeriggio, smette di esistere.

Fuori la canicola trasforma Locarno in un set allucinato di Antonioni. Le persone lumacheggiano lungo i marciapiedi, come se il caldo avesse deciso di rallentare perfino i pensieri. Entro nel Fevi e, all’improvviso, la provincia ticinese smette di essere provincia. Dietro di me qualcuno parla russo (che meraviglia: la lingua di i Fëdor Dostoevskij e Anna Achmatova!); poco più in là si sente una conversazione in inglese; accanto a me due signore svizzero-tedesche si parlano in italiano con una naturalezza che mi sembra uno dei piccoli miracoli del festival. Oriente e Occidente si sfiorano senza proclami, come la linea dell’orizzonte che condivide lo stesso cielo.

Io sono seduto al mio posto, sempre lo stesso, in prima fila. Davanti a me una cinquantina di spartiti che sembrano mappe ferroviarie ancora da percorrere. I violini attendono immobili come rondini prima della migrazione; la grancassa riposa silenziosa, enorme cuore pronto a rimettere in moto le bielle; viole e violoncelli hanno la pelle dei boschi attraverso cui il treno passerà (oh se passerà!); i contrabbassi hanno la gravità dei tigli secolari; gli ottoni aspettano soltanto il primo sbuffo di vapore. In mezzo, quasi nascosto, c’è anche un banjo: basteranno poche sue note per riportarci tutti nell’America delle ballate folk, dei film western che verranno, della polvere e dei binari che sembrano non finire mai.

Aspetto mia moglie. Aspetto mio figlio Giordano che arriva con Tommaso, l’amico conosciuto sui campi da tennis. Aspetto anche Valentina, un’amica che quest’anno si è fidata di noi e ha deciso di unirsi alla nostra piccola compagnia del primo giorno di festival. A un certo punto mi accorgo che sto aspettando molte più cose di quante immaginassi: una moglie, un figlio, un’amica, un amico, una locomotiva, un’orchestra e quel primo colpo di bacchetta che metterà tutto in movimento. Quest’estate, nei templi buddhisti della Corea del Sud, mi avevano raccontato che l’armonia del cosmo nasce dall’incontro di elementi diversi, non dalla loro uniformità. Seduto al Fevi, mi è sembrato di capire finalmente che cosa intendessero i monaci di Gyeongju (nella provincia del Gyeongsang Settentrionale).

Poi il buio.

Ed ecco comparire il macchinista Johnnie Gray, che è Keaton, che è il regista, che è un piccolo mago surrealista. Lo era, un surrealista, senza avvertire mai il bisogno di dichiararsi tale. Le sue macchine non sono semplici macchine: hanno un carattere, un umore, quasi una coscienza. La locomotiva The General non è un mezzo di trasporto: è la metà meccanica del suo protagonista. Quando i nordisti gliela rubano, insieme ad Annabelle Lee, la sua amata, non gli stanno soltanto sottraendo un treno: gli stanno portando via il cuore.

Da quel momento il film diventa una partitura perfetta di ingranaggi. Le ruote girano come temi musicali; le bielle sembrano archetti; il vapore entra ed esce con il respiro degli ottoni. Keaton corre sui tetti dei vagoni, si siede sulle bielle come se fossero poltrone, attraversa ponti destinati a crollare, sfugge a un cannone che sembra avere più fantasia dei soldati incaricati di usarlo. Keaton accende il film come si accende una batteria di fuochi d’artificio: ogni scena è una miccia che incendia la successiva, ogni trovata meccanica prepara un’esplosione visiva ancora più spettacolare, in un crescendo che lascia senza fiato e che, a distanza di un secolo, continua ad apparire incredibilmente moderno. A un certo punto mi torna in mente un’altra locomotiva, quella cantata da Francesco Guccini. Non perché inseguano lo stesso destino: quella di Guccini corre incontro alla propria stella, inseguendo un’idea più grande di sé; questa corre ostinatamente verso una donna, verso la cassa motrice di un convoglio articolato e, senza nemmeno accorgersene, verso la pace. Eppure entrambe condividono una convinzione: le locomotive migliori non trasportano passeggeri: trasportano idee.

Ed è forse proprio qui che The General rivela il suo volto più sorprendente.

La guerra, nel film, è una gigantesca macchina dell’incompetenza. Gli eserciti marciano, urlano, impartiscono ordini e spesso sembrano possedere un numero di sinapsi inversamente proporzionale alla quantità di mostrine cucite sulle uniformi. L’unico che continua a ragionare è un ferroviere. Anche Annabelle, almeno all’inizio, cade nell’equivoco più antico del mondo: confonde il coraggio con una divisa e l’eroismo con l’arruolamento. Keaton non la umilia; sorride e, scena dopo scena, smonta quel luogo comune con la leggerezza dei grandi comici, dimostrando che il vero coraggio non ha bisogno di uniforme.

In un’epoca così generosa di idioti guerrafondai, sempre pronti a spedire gli altri al fronte, vedere un film che ridicolizza la retorica militare senza mai rinunciare al sorriso ha qualcosa di profondamente liberatorio. Keaton non pronuncia discorsi pacifisti. Fa una cosa molto più difficile: ci mostra che la guerra è, prima di tutto, un’immensa macchina che ha dimenticato di pensare.

Quando l’ultima nota si spegne, mi accorgo che l’orchestra e la locomotiva hanno raccontato la stessa storia. Una funzionava grazie al vapore, l’altra grazie al respiro dei musicisti; entrambe avevano bisogno di decine di persone perché un solo cuore potesse battere. L’applauso sarà durato cinque minuti, due dei quali con la maggior parte del pubblico in piedi (i primi ad alzarci siamo stati io e mia moglie: che orgoglio!)

Ogni anno la prima è la prima.

Sempre.

Non inaugura soltanto un festival: inaugura un modo di guardare il mondo. Per 79 minuti il Fevi è diventato una terra di confine percorsa da un treno dalla quale nessuno aveva davvero intenzione di partire. Il cinema e la musica legavano come due amici inseparabili: ognuno coi propri strumenti, accordati dalla luce, le ombre e le acrobazie di quel brillante cineasta-macchinista.  E uscendo nel caldo immobile di Locarno mi ha attraversato per un attimo la testa Foglie d’erba di Walt Whitman, un altro che non aveva una gran simpatia per le guerre. La butto qui senza approfondire: un pensiero che non costa nulla. Il mondo continua ad avanzare perché ogni tanto qualcuno, invece di costruire un’arma, costruisce una locomotiva; invece di impartire un ordine, alza una bacchetta; invece di fare la guerra, racconta una storia.