Bindu De Stoppani è una regista e un’attrice di cui il Ticino deve essere fiero. Ha infatti alle spalle una carriera internazionale che l’ha portata a lavorare con grandi nomi come Leonardo DiCaprio e Danny Boyle. Negli scorsi mesi ha presentato il suo ultimo lavoro da regista: Cercando Camille. L’abbiamo sentita per parlare di quel lavoro e in generale del suo modo di lavorare e di pensare il cinema.
Come sei arrivata al cinema? «Ci racconti la tua storia? Ho seguito la mia passione che era quella di fare l’attrice. Fin da ragazzina creavo i miei piccoli spettacoli e poi a scuola ho sviluppato questa predisposizione mettendo in scena alcune pièce. Così ho deciso di iscrivermi a una scuola di recitazione a Londra. Avevo 18 anni e l’ho frequentata per tre anni insieme ad altri futuri attori come Michael Fassbender. In seguito ho creato, insieme a un’amica, una casa di produzione teatrale. Mettevamo in scena pièce teatrali di nuovi scrittrici e scrittori che all’epoca ebbero un buon successo e che mi hanno permesso di pensare in modo più serio al cinema, la mia vera passione. Quindi ho iniziato a scrivere alcune sceneggiature e a fare la regia di cortometraggi. Il mio primo, vedeva tra i protagonisti proprio Fassbender, allora agli inizi della carriera. Eravamo nel 2001 e mi ricordo che l’ho girato in digitale, in un’epoca in cui stava nascendo questa tecnologia. In seguito ho scritto un secondo cortometraggio e nel frattempo avevo lasciato la compagnia teatrale per focalizzarmi sul cinema. Il primo lungometraggio, Jump, l’ho presentato alla RSI e da loro ho ricevuto un grande sostegno. In parallelo ho sempre voluto mantenere viva la recitazione. Infatti, la mia passione per la regia è arrivata sul set quando da attrice osservavo registi come Danny Boyle al lavoro. Mi piaceva osservare come veniva girata la scena, come veniva gestita la troupe e tutto il lavoro dietro le quinte».

Quali i tuoi modelli? «Devo dire che oggi non ci sono molte donne registe. Ammiro per esempio il lavoro di Jane Campion o l’estetica di Sofia Coppola, ma il mio mentore è sicuramente stato Danny Boyle e sono cresciuta con i film degli anni 80 come quelli di John Hughes. In quel periodo ho capito la potenza di un film per il pubblico e soprattutto, io giovane teenager, mi riconoscevo in quello che descriveva. In generale mi piacciono quei film che, alla fine, mi fanno sentire bene, magari dopo aver superato mille problemi trattati con una certa profondità. Sono quelli che mi restano e che vorrei rivedere mille volte senza annoiarmi mai. Adoro i thriller, ma non sono una grande fan dell’horror anche se ho recitato in 28 giorni dopo; sono sempre stata impressionabile».

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