Bernardo. Bernardo… Bernardo!
Cosa mi combini mai Bernardo? Morir via così, senza dirmi nulla. Senza un vero perché…
Il cinema italiano non sarà più lo stesso. Lasciamelo dire.

La nostalgia mi avvolge il cuore. Il ricordo dei tuoi set e della mia felina irriverenza, a volte forse un po’ ostentata, di fronte a scene oserei dire rivoluzionarie. Ricordare il tuo ultimo tango a Parigi sarebbe da novellini. Di te porto caro sotto il pelo le serate a Geggiano quando, infastidito dal caldo torrido della campagna senese d’estate, ti tediavo con l’idea di una storia che ritenevo potesse, nelle tue sapienti mani, trasformarsi in un capolavoro.

«Non lo vuoi un altro Oscar Bernarduccio? Dammi retta allora! Questa è la storia che fa per te!»

Tu sornione, comodamente sdraiato sulla chaise longue, bicchiere di rosso in una mano, guardavi Siena in lontananza.

«Non è il momento caro il mio gatto. Non è ancora tempo».

Mentre poco più in là le allegre risatine di Liv, che va detto, ballava molto da sola anche fuori dal set, accompagnavano i pensieri giù per i colli tra filari e ulivi e campi brulli.

Allora arricciavo il pelo un po’ scoglionato, tanto per usare un termine chiaro. Convinto più che mai, che solo tu, il grande Bernardo Bertolucci avresti potuto render giustizia alla storia che avevo in mente. Ti scrutavo con i miei occhi, che san leggere il buio, in cerca di un tentennamento da poter usare per penetrare il tuo no. Per fare breccia in quell’animo da poeta.
«Non ci vedo al buio, gatto, ma sento le tue intenzioni e sappi che non mi convincerai…»

Ecco. Bernardo. Come sapevi innervosirmi tu nessuno mai! Non esiste al mondo regista, attore, sceneggiatore che sia, che possa dire di no a me! Io, Murakamimao, che mi fregio di essere il gatto più apprezzato e notoriamente geniale di tutto il mondo del cinema! Ma che dico di tutto il mondo dell’arte. Ma anzi… di tutto il mondo e punto!

Il mio montare di boria lo ricordo interrotto dal rumore molesto di parte della crew, mi pare elettricisti e truccatrici, che salivano in auto con un chiacchiericcio alquanto indigesto e sguaiato per i miei gusti, pronti a scendere in paese.
«È una bella gioventù amico mio, non fare il rompi palle. Lavorano bene. Lascia che si divertano»

«E io? Dove sfogo la mia felina frustrazione?»

«Vuoi fare un atto rivoluzionario? Fatti le unghie sulla madìa del salone del Castello di Brolio! Domani giriamo lì» con voce divertita a prendermi in giro.

Il silenzio, ora rotto solo dal frinire infinito delle cicale, mentre Bernardo beve un sorso.

«Gatto smetti di arrovellarti il cervello e goditi questa serata. L’aria tiepida della notte. La melodia dei campi e le luci soffici delle stelle. L’ego indossalo più tardi insieme al pigiama.»

Taccio. Ma non posso pensare che finisca così. L’uomo che aveva saputo dare nuova dimensione iconografica al burro era l’unico, secondo il mio immodesto parere, che avrebbe potuto elevare a giusto rango il ruolo del gatto.

Io ero pronto. Il mondo doveva essere pronto. Il cinema avrebbe catalizzato il messaggio e lui, Bernardo, lo avrebbe tradotto in un capolavoro e dato alla storia. Il suo no mi uccideva l’orgoglio.
Intanto un altro sorso di Solaia gli si infilava giù per la gola. Il bicchiere ormai vuoto abbandonato sul tavolino.

«Vado a dormire che domani è un’altra dura giornata di lavoro. Buona notte gatto.»

Ed ecco l’illuminazione!

Mi introduco furtivo nella stanza da letto. Lui è già nel mondo dei sogni. Lo facevo un russatore. Invece dorme in silenzio. Le pantofole porta fortuna ordinamente adagiate accanto al letto.

Ottimo vaso da notte per gatti! Mi dico con ghigno di soddisfazione sul muso…

È l’alba. E alla villa si sente un urlo:

«Bastardello di un gatto!!!!!» son soddisfazioni!

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