Si scomodano i grandi classici – come il famoso giallo di Agatha Christie con il suo mitico detective Hercule Poirot – per mettere in scena un film con un cast di quelli stellari. Protagonisti che hanno i nomi di Kenneth Branagh, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Michelle Pfeiffer e Daisy Ridley.

La trama è di quelle stranote, ma la ricordiamo in breve: Poirot vuole concedersi alcuni giorni di vacanza a Istanbul ma deve tornare inaspettatamente a Londra per un altro caso. Ecco allora che il suo amico Bouc, direttore dell’Orient Express, gli offre un posto sul suo treno. Durante il viaggio conosce un sinistro e arrogante uomo d’affari – Samuel Ratchett – che vuole assumerlo come sua guardia del corpo durante i tre giorni di viaggio, poiché ha ricevuto delle lettere minatorie e si sente in pericolo. Il nostro eroe però rifiuta: non vuole avere nulla a che fare con un tizio del genere.

Ma la notte seguente una valanga ferma il treno e un omicidio arresta la vita di Ratchett.

Un film che sta avendo un grande, e forse inaspettato, successo. Grazie alla brillante regia di Branagh (tanto barocca e sontuosa nell’uso della camera, quanto rigorosa nel ritmo) e alla bravura di un cast professionale e affiatato. Negli USA ha già incassato 100 milioni di dollari e nel resto del mondo siamo a 185 milioni per un totale di 285 milioni a fronte di un budget “limitato” a 55 milioni. In queste prime settimane di programmazione è stato superato solo dal kolossal Thor e dall’ultimo capitolo di Star Wars. Insomma, le cifra stanno parlando a suo favore.

Come nel racconto della Christie, anche se in modo minore rispetto al grande originale adattamento di Sindney Lumet del 1974 (che vedeva la partecipazione di ben 11 attori nominati agli Oscar e che ricevette la statuetta per la migliore interprete femminile non protagonista: Ingrid Bergman), la pellicola di Branagh trasforma il treno blu e oro – di un’epoca dove l’Oriente era una terra lontana e irraggiungibile – nel protagonista. Uno spazio claustrofobico in cui costruire l’ingranaggio dell’omicidio, dove gli stretti corridoi e gli scompartimenti ben divisi, fanno da limite invalicabile in cui muovere la macchina da presa. Oltre agli interni, e in modo ben più massiccio rispetto alla pellicola di Lumet, ci sono molte riprese esterne, con inquadrature dall’alto e dal basso del treno e alcune carrellate laterali (significativa quella dell’arrivo di Poirot sul treno).

E, soprattutto, non manca il teatro. Forma artistica da cui proviene il regista nonché protagonista: Kenneth Branagh. La messa in scena teatrale è uno dei topos della pellicola, tanto che a volte, sembra di essere seduti su una poltroncina di un teatro e non in una sala di un cinema. Ed emblematico, in questo senso, è il momento in cui Poiroit rivela il nome dell’assassino. Lo fa proprio come se fosse su un palcoscenico: lo svela davanti a tutti i protagonisti, che, grazie a un transfert, diventano noi: spettatori sempre innocenti e sempre, inesorabilmente, colpevoli.

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