Le cose che un film può svelare spesso sono impensabili. Ad esempio Armony, di Dario Albertini, con Valerio Mastandrea, Asia Argento, Aurora Cherchi, Clara Tramontano, Nando Paone, Pamela Schettino e Ornella Muti, mi ha suggerito alcune possibili soluzioni ai grandi dilemmi del presente e, in particolare, di questa estate.
Per esempio: quali sono i termini del trattato di Schengen così difficili da capire per tre quarti d’Europa? Oppure: perché nelle chat di WhatsApp si finisce quasi sempre per deprimersi? Oppure ancora: come mai Nolan ha dato così tanta importanza a Calipso e così poca, cioè nessuna, ad Alcinoo? O anche – e qui cominciamo ad avvicinarci ai termini più esatti dell’argomento – perché si dovrebbero fare molti più film a contenuto poetico come Armony?
Anche se sembra improbabile, la risposta all’ultima domanda potrebbe soddisfare anche tutte le precedenti. Basta rifletterci un po’. Ah, la riflessione, questa sconosciuta!
Partiamo dalle basi: Armony è un film piccolo, nel senso più bello che si possa attribuire alla parola piccolo: non alza la voce, non fa smancerie per dimostrare di essere cinema, non ti prende per il bavero e non ti spiega in ogni campo di sequenza quello che dovresti provare. Ti mette davanti le vicissitudini di un camionista neopensionato, Armony, che ha trascorso buona parte della vita mettendo una distanza di sicurezza dagli altri e che, arrivato al momento in cui potrebbe finalmente starsene tranquillo, viene costretto dagli eventi a fare esattamente il contrario.
Al di là delle sue intenzioni, infatti, gli altri arrivano. Nella fattispecie di una sorella che non vede da venticinque anni, sua figlia Carlotta, e dunque sua nipote, una bambina di sei anni, e poi Pamela (bravissima nel suo ruolo la Schettino), Jenny, i servizi sociali, i problemi, gli affetti, le responsabilità; arriva insomma quella cosa complicatissima che chiamiamo vita proprio quando lui pensava di essersi organizzato per tenerla a una distanza ragionevole. La stessa, immagino, che divideva le sue braccia dalla strada quando era alla guida del suo bisonte a dieci ruote.
Mastandrea, parlando del personaggio su Rai Radio 3, a Hollywood Party (tra l’altro, per chi è qui a Locarno, oggi alle 16:55 la storica trasmissione riceverà un Pardo speciale, nel Lounge Davide Campari), ma anche nella conferenza del mattino tenutasi qui in città al Press Village di Largo Zorzi, ha detto una cosa che mi è sembrata il miglior riassunto possibile del film: Armony non rifiuta affatto la vita, semplicemente «sta comodo così». Ha eliminato le implicazioni emotive, sentimentali e affettive perché questo è un ottimo sistema per resistere alle difficoltà dell’esistenza. E poi ha aggiunto una cosa ancora più bella: «Non fanno paura soltanto le cose brutte; fanno paura anche quelle belle, perché poi bisogna gestirle». Ecco.
Adesso però fermiamoci qui un momento, perché forse uno dei problemi del nostro tempo è precisamente questo: siamo diventati bravissimi a difenderci dalle cose brutte e, nel frattempo, abbiamo cominciato a difenderci anche dalle belle (quante balle ci raccontiamo nelle chat!). Tipo la poesia. A scuola i miei allievi raramente arrivano con una consapevolezza sul suo più semplice significato. Pensano sia quella scrittura che ha a che fare con le rime e che riguarda solo i pomeriggi degli sfigati. Che idiozia!
Il punto è che mettiamo i silenziatori alle relazioni, costruiamo muri, blocchiamo numeri, archiviamo conversazioni, usciamo dai gruppi WhatsApp – o, peggio, ci rimaniamo – e impariamo lentamente la tristizia contemporanea del non essere disturbati. Poi però capita qualcosa: una bambina entra nella nostra vita, qualcuno ci chiede aiuto, un prof ci parla di Sandro Penna o di Camillo Sbarbaro o di Konstantinos Kavafis, una bruttura ci schianta dritta dalla Repubblica Centrafricana, una sorella scompare, arriva un affetto non programmato e tutta la perfetta architettura difensiva comincia a fare acqua. Ho mescolato fatti miei a fatti del film, ma la sostanza del discorso resta la stessa, anche perché i film si devono andare a vedere, preferibilmente al cinema. Ecco.
Albertini e Mastandrea, a quanto pare, questa cosa la conoscono bene. Durante l’intervista al Press Village si sono quasi confessati reciprocamente, raccontando che scansare le implicazioni affettive è una forma di difesa; non è cattiveria. Ognuno ha la propria storia e, soprattutto, ognuno alza i muri che riesce ad alzare. E così però si muore. Lo si capisce bene quando Ornella Muti, che fa una magona di periferia, chiede senza mezzi termini ad Armony: «Ma secondo te la tua vita cambierà in meglio o in peggio se ritrovi tua sorella?» Ritrovare la sorella sarebbe significato smettere di accudire sua nipote Carlotta. Armony, come tutti noi, fa fatica a capire una domanda così asfissiante. Ma i muri, al cinema, hanno una singolare peculiarità: prima o poi arriva qualcuno che li sfonda.
La cosa curiosa è che questo film ha rischiato di non essere fatto. Mastandrea ha raccontato di essere intervenuto come produttore quando ha saputo che Albertini non riusciva a realizzare il suo terzo film. Non sapeva nemmeno bene che tipo di lavoro fosse; si è chiesto semplicemente che cosa avesse di tanto pericoloso da mettere in difficoltà il sistema produttivo. La risposta che si è dato è magnifica: il pericolo stava nella sua «estrema poesia».
Proprio così: la poesia come elemento sovversivo. Non bombe, non eserciti, non gli algoritmi di Elon Musk, non i dazi e gli embarghi di Trump. La poesia.
Il sistema delle produzioni cinematografiche, dice Mastandrea, teme questi film «anticommerciali» che però il pubblico apprezzerebbe, eccome se apprezzerebbe: alla proiezione Piazza Grande era stracolma e le mani hanno applaudito a lungo. Il problema è che il pubblico, per vederli, deve prima riuscire a trovarli questi film! Un piccolo film deve continuare la propria battaglia dopo essere stato immaginato, scritto e girato: bisogna accompagnarlo fino alla sala, proteggerlo, dirgli quasi «vai, adesso arrangiati», sperando che da qualche parte trovi gli occhi giusti. Forse è proprio questo che dovremmo imparare anche fuori dal cinema, tipo quando ci deprimiamo di fronte ai commenti dei social. Proteggere le cose fragili.
Albertini ci ha impiegato otto anni a portare a termine Armony. Ha lasciato sedimentare la storia, l’ha ripresa, ha buttato quello che nel frattempo aveva perso importanza: ciò che si era smarrito per strada – ha detto in conferenza – probabilmente era giusto che si perdesse.
Anche questa mi sembra una teoria dell’esistenza niente male. Abbiamo una concezione patologica dell’accumulo: dobbiamo tenere tutto, conservare tutto, fotografare tutto, ricordare tutto. Albertini invece lascia decantare. Passano otto anni e guarda che cosa rimane sul fondo. Quello è il film. E forse quello siamo anche noi.
C’è poi un altro punto che metterei in evidenza: il regista viene dal documentario, dal lavoro con persone che non sono attori; quando ha cominciato a cercare il suo protagonista è partito da lì, dal terreno in cui si sentiva più sicuro. Eppure è accaduto un paradosso: più cercava la realtà attraverso persone vere, più si allontanava dalla verità del film. Realtà e verità, dunque, non sono sinonimi. Per raggiungere la seconda, Albertini ha dovuto accettare quella che lui stesso considerava una specie di interferenza: l’attore. E l’interferenza si chiamava Valerio Mastandrea.
C’è qualcosa di bellissimo in questa idea. Siamo abituati a pensare che la verità emerga eliminando filtri e mediazioni; invece, qualche volta, serve proprio un filtro per vederla meglio. Una macchina da presa, un attore bravo che incarna la parte, una storia inventata. Mastandrea racconta che inizialmente non era nemmeno convinto di poter interpretare questa parte; poi è entrato nel film e ha scoperto che il personaggio gli chiedeva qualcosa che per lui era tutt’altro che semplice: mostrare dolcezza e tenerezza. Non recitarle. Mostrarle. Per uno che ha fatto della sottrazione una cifra interpretativa, dev’essere stato quasi come uscire senza cappotto in febbraio.
È così che è arrivato ad Armony, l’uomo Armony. Un tipo che pensava di avere risolto la faccenda mantenendo gli affetti a debita distanza; poi una bambina gli capita fra le mani e gli ricorda che la vita, fortunatamente, non conosce il sistema regolativo di un’exclave esattamente come a gran parte dei governanti europei è sfuggita qualche nota presente nel trattato di Schengen. La vita, come Carlotta, attraversa le frontiere umane quando vuole, come le pare. Non presenta documenti, non domanda permesso. Gli affetti sono clandestini. Entrano.
E quando entrano spostano mobili, orari, convinzioni e qualche volta perfino l’idea che abbiamo di noi stessi. Forse è per questo che alla fine il film di Albertini riesce a rispondere anche alle mie domande iniziali.
Perché gli accordi europei diventano incomprensibili quando ci dimentichiamo che le frontiere servono solo agli Stati e molto meno agli esseri umani; le chat di WhatsApp diventano deprimenti quando sostituiamo la relazione con la sua interminabile amministrazione digitale; Alcinoo scompare dietro Calipso semplicemente perché la poesia non ha bisogno della certezza filologica.
Si è capito perché dovrebbero esserci più film poetici? Per semplificare e fare una chiosa alla riflessione, direi perché la poesia rallenta. Terza persona singolare, indicativo presente del verbo rallentare. Che magnifico verbo! E poi perché, come provo a spiegare ai miei allievi quando introduco la Commedia, la poesia ci costringe a guardare. Possiamo costruire tutti i muri che vogliamo. Fa decantare la verità e ce la mostra con sempre più evidente chiarezza. La poesia produce interferenze. Come i bravi attori. Come Mastandrea in questo film.
Ancora, la poesia ci ricorda una cosa che questo nostro tempo iperconnesso sembra essersi dimenticato: non sempre ciò che ci mette in difficoltà è qualcosa da eliminare. A volte è precisamente ciò che ci salva. Non fanno paura soltanto le cose brutte, ma anche quelle belle.
La poesia parla della fatica enorme che facciamo ad accettare la felicità quando arriva senza appuntamento e di tante, infinite tante altre cose parla la poesia. Solo che occorre leggerla la poesia, frequentarla, mostrarla al cinema, non negarla, nasconderla né scansarla come la peste. Per fortuna, ogni tanto, qualcuno sbaglia strada e viene a bussare proprio alla nostra porta.
Degli effetti clandestini della poesia: di questo parla Armony. Il quale qualche premio lo prenderà da qui all’anno prossimo. Piano piano. Ci vuole tempo. Spero.




