Fare cinema, per Pedro Almodóvar, significa da sempre trasformare le ferite in racconto. Ma in Amarga Navidad questo processo diventa quasi brutale: l’arte si nutre apertamente della vita, del dolore e persino della sofferenza altrui, fino a mettere in discussione la legittimità stessa dello sguardo del creatore. Presentato in concorso a Cannes, il film è un labirinto di specchi, confessioni e finzioni dove il regista spagnolo torna a confrontarsi con sé stesso e con il proprio cinema.

Raúl, regista in crisi creativa, prende spunto dalla tragedia vissuta da una collaboratrice per scrivere un nuovo film. Da lì nasce Elsa, altra regista, altro alter ego, altra proiezione di sé. Le identità si sdoppiano, si riflettono e si confondono continuamente, in un gioco meta-cinematografico che richiama apertamente la dimensione pirandelliana evocata anche dalle note di regia. L’autofiction diventa così il vero centro dell’opera: non tanto come esercizio narcisistico, ma come domanda morale. Quanto si può saccheggiare la vita degli altri in nome dell’arte? Dove finisce l’ispirazione e dove comincia il tradimento?

Almodóvar non offre risposte nette. Preferisce lasciare lo spettatore immerso in un flusso emotivo ambiguo, dove ogni personaggio sembra usare il dolore come materia narrativa. C’è uno scrittore che scrive di una sceneggiatrice ossessionata dalla sofferenza, che a sua volta si innamora di uno stripper-pompiere più giovane. Tutto appare volutamente artificiale, quasi dichiaratamente “finto”. E infatti la recitazione assume spesso toni da fiction televisiva, come se il regista volesse ricordarci continuamente che ciò che vediamo è costruzione e rappresentazione.

Anche la musica contribuisce a questa sensazione sospesa. Gli archi accompagnano quasi costantemente il film, creando un’attesa continua: sembra sempre che qualcosa stia per accadere, che un trauma definitivo debba ancora emergere. Nel frattempo, scorrono i colori tipici del cinema almodovariano – il rosso, il verde, l’azzurro – a cui qui si aggiunge il nero lavico di Lanzarote, presenza quasi funebre.

Il tema della malattia attraversa il film in maniera sotterranea ma persistente, legandosi ancora una volta alla fragilità dei corpi e alla paura della perdita. Sono elementi che il regista spagnolo ha sempre affrontato, ma qui assumono una dimensione quasi confessionale.

A un certo punto un personaggio dice: “Sarà un film minore”. Forse è una provocazione, forse un’ammissione. Perché Amarga Navidad non possiede la compattezza delle opere più grandi di Almodóvar, né la potenza emotiva di Dolor y Gloria. Eppure resta un film pieno di idee e riflessioni sul ruolo del creatore. Un’opera che sembra ribellarsi continuamente a sé stessa.

Difficile formulare un giudizio definitivo dopo una sola visione. È uno di quei film che chiedono di essere visti una seconda volta, magari lasciandosi invece trasportare dai suoi specchi.