Nel 1927 un poco più che trentenne signore di nome Vladimir Jakovlevič Propp scriveva nella prefazione alla sua Morfologia della fiaba che, così come in botanica si studiano «le parti componenti del vegetale e le loro relazioni reciproche e col tutto», allo stesso modo si possono studiare le forme della fiaba. È curioso notare questa bizzarra sintonia tra la fiaba e gli alberi. Chissà cosa avrebbe pensato il linguista e antropologo russo vedendo Alberi erranti di Salvatore Mereu. Probabilmente avrebbe trovato parecchio materiale per le sue forme, le sue funzioni e i suoi boschi.

Secondo italiano in concorso a Locarno, dopo il non riuscitissimo Ketticè di Giovanni Tortorici, Alberi erranti lascia la Sardegna reale che ha abitato tanto del cinema di Mereu per approdare, pur restando geograficamente in terra sarda, in un luogo che sembra esistere e insieme non esistere. «In un certo reame, in un certo Stato c’era una volta»: così, ricorda Propp, comincia la fiaba. E per entrare nel film bisogna accettare precisamente questo. Non chiedere subito dove siamo, quando siamo, quanto di ciò che vediamo sia possibile. Accettare il vecchissimo patto della fiaba.

La storia che ci racconta Mereu è molto complessa: ci sono di mezzo delle famiglie, dei bambini che vogliono vivere da soli; c’è una forte componente di razzismo e c’è la prepotenza di coloro che hanno il potere. Temi diventati straordinariamente attuali. Non che non lo fossero qualche anno fa (la storia umana è gonfia di soprusi, persecuzioni e violenze inflitte da chi può a chi non può), ma il romanzo da cui il film è tratto, Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta, pubblicato nel 2013, è stato straordinariamente profetico.

Mereu parte dal realismo, da una sorta di proletaria «arca di Noè», per riprendere una bella definizione di Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, e poi progressivamente allenta gli ormeggi. Credo che la sfida più grande sia stata proprio quella di tenere insieme un certo tono realistico con quello fiabesco. Questo stesso patto tra lettore e libro presente nel romanzo deve stabilirsi anche tra il film e chi lo guarda. Fuori da questo patto penso che si vada incontro a un’incomprensione. Ed è un peccato: si finisce per cercare una spiegazione dove c’è un’apparizione, una causalità dove c’è un simbolo, una carta geografica dove Propp ci aveva già avvertiti che siamo «in un certo reame».

Nella storia c’è anche una comunità di bambini che vive nel bosco. Il loro ingresso fa immediatamente pensare al Signore delle mosche, in particolare al film di Harry Hook del 1990, ma anche a Grano rosso sangue di Fritz Kiersch, tratto da I figli del grano di Stephen King. Eppure i bambini di Mereu appartengono soprattutto alla natura strana e antichissima della fiaba: quando compaiono, il mondo realistico non scompare; semplicemente smette di essere l’unico mondo possibile.

Il film si è proposto indubbiamente un bell’impegno: dice tante cose, ne racchiude altrettante, ma riesce a farle passare con una leggerezza sostenuta da una tecnica cinematografica raffinata. Parlo delle inquadrature, della luce, della fotografia. E di una libertà di racconto che non teme di lasciare qualcosa in sospeso, irrisolto, magari semplicemente intravisto. In mezzo a tutto questo ci sono anche due grandi attori che non la mandano a dire: Massimo Popolizio e Alessandro Haber, presenze forti, concrete, quasi fisiche.

Poi ci sono le tre ore. Che, detta tra noi, per un grande estimatore di Aki Kaurismäki come me potrebbero sembrare quasi una bestemmia. E invece proprio la lunghezza diventa uno dei punti di forza di Alberi erranti. Il film non ha fretta di arrivare: vuole farci sostare. Ci obbliga ad adeguare il nostro tempo a quello del bosco, delle stagioni, del vento. Se lo si misura soltanto con l’orologio, tre ore sono tre ore. Ma la fiaba, come il bosco, ha sempre avuto qualche problema con gli orologi. O no?

Al regista mi sento di dire che è riuscito a rendere interessante questo difficile lavoro di cuci, scuci, filtra e scorri. La sua opera incarna tutto quello che nel cinema è interessante: avventura, pericolo, coraggio. Un cinema che non teme la lunghezza e mostra la sua pelle viva, con i nervi. È un modo rischioso di lavorare, certamente, ma la parola chiave è generosità: solo gli artisti autenticamente generosi sono artisti autenticamente creativi.

E poi arrivano gli alberi.

Nell’ultima inquadratura li vediamo mossi dal vento. Mi sono sembrati faggi, ma potrei sbagliarmi, e forse non importa nemmeno molto sapere che alberi siano. La macchina da presa resta lì. Li contempla (anzi, il termine tecnico dovrebbe essere proprio inquadratura contemplativa). Non accade praticamente nulla. Eppure accade tutto. Dopo tre ore, invece di desiderare che il film finisse, sarei voluto restare ancora un po’ a guardare quegli alberi ondeggiare nel vento.

Siamo partiti da Propp e torniamo a Propp, alla botanica e alla fiaba, alla morfologia delle formazioni organiche e a quella delle storie. Forse Alberi erranti osserva gli uomini come se fossero alberi e gli alberi come se avessero qualcosa da raccontare degli uomini. E credo non ci sia complimento migliore da fare a un film di tre ore: arrivare all’ultima inquadratura e sperare, contro ogni ragionevole previsione, che duri ancora un po’.