La competizione è partita in tono minore, con un film impegnato, ma che non ha lasciato il segno. A family tour di Ying Liang aveva molte pretese ma non è riuscito a soddisfarle. In altre parole non ha fornito le risposte cercate. La storia racconta di una regista cinese costretta all’esilio (insieme al marito e al figlio) a Hong Kong per aver girato un film contrario al regime. Un giorno, la madre della donna, che deve affrontare un’operazione chirurgica importante, vuole rivedere la figlia e decide di partecipare a un tour turistico a Hong Kong. In questo modo, tra una fermata e l’altra del bus che porta in giro la comitiva, la famiglia si può riabbracciare per pochi momenti di felicità.

E se la pellicola dovrebbe avere quale tema principale quello della libertà di espressione in un regime difficile come quello cinese, questo passa in secondo piano rispetto ai legami affettivi tra la vecchia madre e la figlia. Le scelte drastiche della giovane regista (la severità e il rigore sono ben esemplificate da un abbigliamento austero) sono infatti messe in costante discussione della relazione con la madre. Il dubbio è quello di rientrare o meno nel Paese per sostenerla nei momenti difficili dell’operazione. Una scelta che però metterebbe in discussione il suo credo, i suoi principi morali.

Aspetti interessanti in questo film ce ne sono, ma manca di forza e incisività. E soprattutto è sviluppata in modo didascalico la questione del film proibito, della censura. Un vero peccato.

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