In House of the Wind (presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti) succede poco, almeno in apparenza. Auguste Bernard Kouemo Yanghu sceglie di seguire la quotidianità di Josette, un’anziana donna che vive sola a Yaoundé mentre i suoi sei figli si sono trasferiti all’estero. Non rincorre il melodramma né cerca scorciatoie emotive: lascia che siano i gesti ripetuti, i silenzi e le attese a raccontare il vuoto che si è creato attorno a lei.
Il ritmo del film è quello della sua vita quotidiana. Una scelta che è insieme la sua forza e il suo limite. Le giornate scorrono lente, fatte di piccoli gesti, telefonate, commissioni e attese. A tratti questa cadenza rischia di appesantire la narrazione, ma è proprio attraverso questa ripetizione che il film riesce a far sentire il peso della solitudine.
Josette è un personaggio riuscito. Alterna momenti di leggerezza ad altri di malinconia senza mai trasformarsi in una figura pietistica. È ostinata, ironica, pratica: tutto, però, finisce sempre per riportarla alla stessa ossessione, quella economica. Convincere i figli a costruire una casa in Camerun diventa quasi uno stratagemma affettivo, il tentativo di creare un motivo concreto perché possano tornare. Una dinamica che nasce direttamente dalla storia personale del regista, che ha costruito il film ispirandosi alla propria madre rimasta sola nella casa di famiglia.
Tra gli aspetti più riusciti c’è il modo in cui il film racconta la comunicazione contemporanea. Le videochiamate, Zoom, gli smartphone accorciano le distanze senza riuscire davvero ad annullarle. La scena del compleanno festeggiato attraverso uno schermo è forse la più dolorosa: la tecnologia permette di vedersi, ma non di condividere davvero lo stesso spazio.
Anche il rapporto con Sarah, la giovane vicina, introduce un’altra frattura interessante. Il tema del matrimonio tradizionale diventa una pietra d’inciampo narrativa, ma soprattutto la metafora di un mondo che sta scomparendo. Le consuetudini di ieri si scontrano con una generazione che vive relazioni e libertà in modo diverso.
La casa del titolo finisce così per diventare il vero protagonista del film. Non è soltanto un edificio: è rifugio, memoria, archivio familiare, radice. È il luogo che continua a conservare le stanze dei figli come se dovessero rientrare da un momento all’altro.
Kouemo Yanghu, al suo primo lungometraggio, porta nel film uno sguardo che nasce dal documentario e si percepisce nella naturalezza con cui osserva gli ambienti e i corpi, senza forzare mai il dramma.
Il risultato è un’opera intima che parla del Camerun, ma finisce per raccontare qualcosa di più grande: il dolore silenzioso di chi resta ad aspettare mentre il mondo, intorno, continua a partire.




