Il film, del portoghese Marco Amaral, scava i rapporti madre figlio. Una donna (Ana Moreira) e suo figlio (Francisco Soares), sono chiusi in un rapporto difficile fatto di assenza. Vanno in scena il disagio di non saper dare quanto necessario e la desolazione profonda di un’infanzia che non trova calore. Ma anche l’incapacità di essere figlia di una madre giudicante, che non perdona. Non sappiamo perché Ana abbia lasciato il figlio, ma la durezza dello sguardo della nonna (Custódia Gallego) racconta una colpa.

Lui, il figlio, attende con ansia il ritorno del suo cane, contraltare di tutto l’amore mancato, e osserva quella madre che non conosce e non lo conosce. Una distanza che sembra incolmabile e che trova, nel finale, la chiave per una nuova partenza.

In 13 minuti la forza espressiva di Ana Moreira racconta quello che il dialogo tace. Una storia di infanzia spezzata e di un essere donna che non sa sempre trasformarsi nell’essere madre.

La buona recitazione si accompagna ad una discreta fotografia che ricorda, con alcuni giochi di luci ed ombre, quasi le favole dei libri stampati. Ben fatto, il phatos c’è, ma non ancora entusiamante.

IL PREGIO: i personaggi ci sono e raccontano

IL DIFETTO: il tema è di quelli ormai ampiamente indagati dal cinema

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