Lo scorso mese di aprile, dopo aver visto l’ultimo film di Jim Jarmush, Paterson, decisi di scrivere un breve post sulla mia pagina FaceBook. E breve fu, perché in pochi minuti riuscii a trovare una frase che sintetizzava al meglio quanto avevo appena visto. Scrissi semplicemente «Jarmush trasforma letteralmente la vita quotidiana in poesia». E quel letteralmente stava a significare proprio… letteralmente. Non c’era un intento retorico nella mia frase, ma la misura precisa di quello che Jarmush era riuscito a fare. Perché sto parlando di Jarmush? Perché ieri, dopo poco meno (o forse poco più) di dieci minuti del film Lucky (film del concorso internazionale dell’attore, e ora regista, John Carroll Lynch) ho avuto la strana sensazione che i due film (Paterson e Lucky) si fossero sovrapposti. Entrambi i film iniziano con dei personaggi che si svegliano al mattino, e seguono questi personaggi, in modo minuzioso, lungo i percorsi di quella che normalmente sarebbe una banale vita quotidiana ma che (difficile da spiegare a parole) sullo schermo diventa immediatamente interessante, pur rimanendo, inequivocabilmente, semplice vita quotidiana: fatta di piccoli gesti che si ripetono, di incontri che nel loro riproporsi diventano veri e propri rituali. Ecco, a quel punto mi sembrava che i due film, viaggiando sui binari di una quotidianità misurata quasi al centimetro, procedessero parallelamente. Poi però Lucky trova la sua strada e si sviluppa lungo percorsi che seguono altre vie. Ma i due film, pur nella loro diversità, in un ipotetico raffronto non si perdono di vista. Tanto che, nel descrivere Lucky, utilizzerei volentieri la formula seguente.

«Carrol Lynch trasforma letteralmente la vita quotidiana in saggezza pragmatica».

E il film fa proprio ciò che dice la frase, sorretto da un cast in cui spicca il grande Harry Dean Stanton, circondato da un gruppo di attori (in cui riconoscerete anche un David Lynch impeccabile nel ruolo) veramente brillanti che imprimono un tono ed un livello di intensità che rimangono notevoli per tutto il film. La trama? Uno degli sceneggiatori dopo il film, allo Spazio Cinema, la sintetizza in questo modo: «a spiritual journey of a 90 year old atheist», ovvero «il viaggio spirituale di un novantenne ateista». Anche qui, definizione assolutamente azzeccata.

Lucky riporta la filosofia nel cuore dell’umano, e la mette in bocca a pochi personaggi che sembrano sospesi, sperduti in mezzo al deserto, sotto un sole che trasforma il passaggio, e gli oggetti che lo abitato, in un quadro metafisico. Come nel Montale de I Limoni (lirica pubblicata nel 1925 in Ossi di seppia):

(…) in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicin
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.

Il resto lo fanno le battute dei personaggi. E non è un caso se dietro ogni battuta, poi, si nasconda qualche profonda verità. Perché in Lucky la vita quotidiana si fa saggezza. Basta saperla cogliere (anche metaforicamente), proprio come i limoni di cui parlava Montale.

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